La terra insegna che bisogna dare

Stampa

La terra insegna che bisogna dare

Il vivere in città mi priva di tanti spettacoli che allietarono la mia infanzia incorniciata dal verde dei campi. Luglio era un mese che noi ragazzi attendevamo con gioia immensa: arrivavano le trebbiatrici.

Eccole avanzare per le strade. Hanno una voce che scuote tutto il paese; hanno una fisionomia così tinta di rosso vivo che sembrano ardere; ostentano particolari che destano la curiosità di ogni ragazzo: due bocche nere che vomitano paglia intera o frantumata, ventilatori e griglie e frulloni oscillanti per liberare i chicchi dalle glume, pulegge che ruotano allegre, un motore dallo scoppio ritmato che dà vita e voce alla trebbiatrice.

Il particolare più curioso: quelle bocchette a strombo, donatrici di frumento bello, biondo, soffice, tiepido.

Attorno alla trebbiatrice, tutta una festa di lavoratori allegri nella polvere e, specialmente, festa di ragazzi che sgranano occhi curiosi. E, intanto, nel granaio, il mucchio cresce, ed è un piacere affondare i piedi nudi nel frumento e rotolarvisi sopra senza paura di rompersi le ossa.

Festa delle trebbiatrici! È l’inno solenne dei campi. È la terra che dona.

 

***

I sacchi di frumento documentano sudore dei contadini e generosità dei solchi. I campi di stoppie stanno a dire che la buona terra già ha dato.

Ma c’è ancora, d’attorno, promessa di donazione; i meli, i peri espongono al solleone i frutti per la definitiva colorazione in giallo e rosso; i noci spogliano le drupe dal mallo; i castagni screpolano i ricci per ingolosire del frutto; gli olivi confondono con il pallore argenteo delle foglie olive in gran quantità; i tralci delle viti si protendono sui filari affinché i grappoli s’arrubinino al sole; le cucurbitacee ingrossano i frutti; le piante di agrumi si curvano sotto il peso di frutti giallodorati.

È la terra che promette ancora di dare. Oh! La terra com’è buona! Santo Francesco la salutava “sora” e “madre”. Ha il compito proprio di ogni madre: dare, soltanto dare, sempre dare, dare a tutti, dare tutto.

La buona terra meritava davvero che fosse invitata dal poeta dell’Inno del sole a lodare il Signore:

Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi, con coloriti fiori et herbe.

 

***

Ogni frutto costa.

Per dare un bimbo all’umanità, ogni madre deve soffrire; dona parte di sé, la verginale freschezza sfiorisce.

Anche la terra, per farsi apportatrice di frutto, deve rinunciare ai suoi colori e fiori di primavera. Ma è nella rinuncia del fiore, nello spogliarsi dei petali che si rende produttrice.

Nella primavera, la terra è sfarzosa e bella come una sposa nel dì delle nozze. Nell’estate, la terra è sfiorita come una sposa nell’attesa della maternità. La primavera espone la terra chiassosa, l’estate mostra la terra pensosa, in atto o in procinto di dare.

Ogni dare è rinunciare. La terra s’assoggettò al martirio dell’aratro, dell’erpice, della sarchiatrice. Il chicco di frumento dovette rinunciare a sé stesso e accettò di disfarsi per dar vita alla spiga. Il fiore depose il vestito di festa per trasformarsi in frutto. La vite, gemicando, sopportò la potatura per irrobustirsi ed alimentare così i suoi grappoli.

Era bello l’albero in fiore. S’è dovuto spogliare per farsi utile.

Anche l’uomo è una terra, «agricoltura di Dio» (I Cor. III, 9). Deve dare. Sarà carico di frutto, se si piegherà al sacrificio.

La vita umana dev’essere un’estate ricca. Non ha senso il vivere se non s’accoppia il dare. Non è garantito il dare se ci si svia dal sacrificio.

La rinuncia è un mezzo d’arricchimento, perché ogni dolore è strumento e documento dell’amore.

Un innamorato menestrello medioevale, aspettando la sua bella, confida alla mandola la sofferenza dell’attesa; assicura però agli altri che anche il martirio dell’attendere lo allieta, perché grande è la felicità imminente.

Santo Francesco, in un consesso di cavalieri a Montefeltro, ripete anch’egli la sua ballata:

“Tant’è il bene che m’aspetto
ch’ogni pena m’è diletto”.

Il Serafico riscatta l’espressione del menestrello anonimo, trasportandola in chiave cristiana. Non nell’attesa, d’un amore terreno, ma nella speranza d’un cielo che verrà dato, val la pena adattarsi alla croce.

Sora nostra matre terra insegna a dare, pur nel sacrificio.

Frate Francesco spinge al sacrificio, nell’attesa del ricevere.

 

 

P. Fernando Tonello, cappuccino, su Ignis Ardens maggio-giugno 1963