Card. Merry del Val: nell'ombra e nella luce del Papa San Pio X (3 di 3)

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Cardinale Raphael Merry Del ValIII - L'Apostolo

 

UN LAVORATORE PRODIGIOSO

L'opera del Card. Merry del Val non è certamente limitata alla sua prodigiosa attività come Segretario di Stato. Egli è dotato di moltissimi talenti:

- Parla con uguale facilità: l'italiano, il francese, l'inglese e il tedesco; di colpo, scrive un testimonio, «ciascuno vi trova il suo utile». Capita anche che egli stesso traduce "in diretta" un discorso del Papa.

- Studioso perpetuo: «Meditava, nella solitudine del palazzo di S. Marta, sui problemi più difficili (...). Il Cardinale conosceva a fondo le più complesse questioni, politiche, religiose e sociali del mondo internazionale. La Teologia, la Sacra Scrittura, la Filosofia, la Storia, l'Apologetica, la Sociologia e la Diplomazia erano il suo campo».
Il colonnello della Guardia Svizzera, venuto a parlargli della riforma di questo corpo prestigioso resta «sorpreso e felice di incontrare una intelligenza militare, cosa assai rara negli ecclesiastici».
Poco prima di morire, lo si trovò occupato a leggere dei lavori sulle origini del bolscevismo e del comunismo nelle diverse nazioni.

- Per istinto era un esteta. Amava la poesia, la pittura, la musica. Aveva una bella voce e suonava il piano a perfezione. Compose anche dei mottetti che furono suonati nella basilica di san Pietro. «Lo stesso san Pio X si dilettava ad ascoltare, nella basilica vaticana, il canto perfettamente liturgico del suo Segretario di Stato».
Di lui si conservano anche dei cliché fotografici in cui esiste una vera ricerca estetica.
Ma egli è ben consapevole che questi talenti gli sono dati da Dio: «Dio mi ha aiuta in una maniera straordinaria» dice il giovane pro-Segretario di Stato, «altrimenti io non potrei resistere»...
Avrebbe potuto ripetere questa frase per tutta la sua vita, tanto sono pesanti gli incarichi che il Papa porrà sulle sue spalle. La lista delle congregazioni o delle commissioni di cui faceva parte è illuminante.

Nel 1908, presiede la vasta riforma che San Pio X intraprende nella Curia: assume così il posto di Segretario dei Brevi apostolici e ebbe la soddisfazione di firmare un certo numero di Brevi per le Beatificazioni. È il primo a dirigere la nuova Segreteria di Stato nella sua nuova organizzazione in tre sezioni (Affari straordinari - Affari ordinari - Brevi apostolici).
Durante tutto il Pontificato di San Pio X, è anche Prefetto dei Palazzi Apostolici e intraprende una vasta campagna di restauro perché numerosi palazzi a quell'epoca minacciavano di cadere in rovina. E anche Presidente della Commissione Cardinalizia per l'amministrazione dei beni della Santa Sede e trova ancora il tempo di occuparsi del corpo armato del Vaticano: fa riadottare nel 1915, su iniziativa del colonnello Repond, l'antica tenuta del XVI secolo delle Guardie svizzere.
Segretario del Sant'Uffizio, nel 1929, fa pubblicare una nuova edizione dell'Indice dei libri proibiti.
Il Cardinale lavora talmente che san Pio X finisce per mandarlo in vacanza (estate 1904).
Il 20 agosto 1905, San Pio X scrive al Cardinale: «Ringrazio Vostra Eminenza per i suoi continui pensieri per me e il Vaticano; ma siate certo che io non desidero niente di più che la vostra salute, e il benessere di Vostra Eminenza ha su di me una meravigliosa influenza sia moralmente che materialmente».

 

"L'UMILE SEGRETARIO DI STATO"

È così che si presentava ai pellegrini a Roma.
È "spaventato" dalla fiducia che ha per lui il Conclave.
Ad un amico, quando era ancora pro-Segretario, scrive queste parole: «La mia posizione non è del tutto invidiabile. Io non comprendo come un uomo vestito di viola o di rosso possa desiderare di occupare un simile posto! (...). Io vorrei che tutti sapessero a che punto, nel mio interno, io desidero di ritirarmi».
I due onori contemporanei, la Segreteria di Stato e la Porpora, non lo inorgogliscono affatto.
«A Dio tutta la gloria! - esclama ed aggiunge: II nuovo Papa in cui l'umiltà sorpassa ogni altra virtù, ha voluto mostrarsi modesto perfino nella scelta della sua prima creatura».
Segretario di Stato, testimonia che «Comandare è sempre pericoloso per la salute eterna; non è lo stesso per l'obbedienza. Possiamo difficilmente difenderci dagli assalti dell'orgoglio quando imponiamo agli altri la nostra propria volontà. Apprendiamo dunque a temere piuttosto che a desiderare la dignità e la superiorità; un vero prete le subisce e non le cerca».
Dissimulava gelosamente, anche ai suoi più vicini, le importanti ricorrenze degli anniversari della sua vita. È così che il 25° anniversario della sua ordinazione sacerdotale passò quasi inosservato. A tutti? Eccetto che al Santo Padre che gli inviò una parola affettuosa e una ricca croce pettorale.
Scrive a questo proposito, il 4 gennaio 1913, ad un amico romano esprimendo tutto l'intimo della sua anima sacerdotale, confusa da tante grazie: «Quando penso alla dignità sublime del sacerdozio, alle responsabilità che comporta, ai doveri che impone, e soprattutto quando io vedo quello che avrei potuto fare durante questi venticinque anni e che non ho fatto, ogni desiderio di celebrare questa festa e di ricevere delle felicitazioni sparisce. Anzi, io desidero di rifugiarmi in un posto lontano dalla terra per rimpiangere le mie mancanze e prepararmi per la vita eterna».
Non ricercava mai la lode. Se qualcuno gliela rivolgeva, diceva: «Questo non mi fa piacere». Riguardo alla Basilica Vaticana di cui era Arciprete e di cui aveva accresciuto lo splendore, mormorava: «Sento di aver fatto poco».
La sua preoccupazione? Non preoccuparsi di piacere al mondo: «Abbiamo il coraggio di sopportare le critiche e la disapprovazione. Nessun rispetto umano. Basta che Dio sia contento di me. Che importa il resto?».

 

PRETE FINO ALL'ULTIMO...

San Pio X apprezzava specialmente in lui ciò che chiamava "le sue virtù sacerdotali" e specialmente la sua pietà liturgica.
Arciprete a San Pietro, tutti potevano constatare questo fatto: «Era di grande edificazione quando celebrava nelle maggiori feste la solenne Messa Pontificale con una pietà e una maestosità che erano notate da tutti».
Un pellegrino francese un giorno ebbe un curioso comportamento. Si mise a fissare attentamente la punta della mitra del Cardinale assiso nel faldistorio, e, notando la immobilità assoluta, nonostante la durata dell'ufficio, fece questa osservazione: «Mi sembrava che la mitra stesse non sulla testa di un uomo ma sulla testa di una statua».
Quando celebra a San Pietro, le folle si spostano specie per vederlo celebrare: «Io ho visto una volta il Card. Merry del Val pregare in San Pietro ed a lui che debbo il mio ritorno al cattolicesimo».
«Sembrava trasfigurato». «Chiunque l'abbia visto celebrare la Messa, distribuire la santa Comunione, immergersi nella preghiera sulla tomba di Pio X, si rende conto che egli non era soltanto un prete devoto e un grande Cardinale, ma un santo che sollevava le anime a Dio».

 

LA SUA CURA PER LA GIOVENTÙ

«Non gli mancava nulla per accattivarsi la gioventù, il viso leale, lo sguardo affettuoso, il sorriso amabile, l'indulgenza per la loro fragilità, la compassione verso le loro anime, le cure delicate di cui circondava la loro debolezza».
Ancora giovane prete, viene inviato dal Presidente dei Nobili Ecclesiastici per assicurare la direzione spirituale dei fanciulli della Scuola Pontificia Mastai, dei Fratelli delle Scuole Cristiane a Trastevere. A partire dal gennaio 1889 celebra la Messa per gli alunni della scuola.
Il giovane prete andava a piedi alla scuola dei Fratelli tutti i sabati per confessare gli alunni. La domenica ritornava per la Messa, spiegava sempre il Vangelo e faceva l'istruzione religiosa. Ma un pensiero ritornava nella sua mente: che sarebbero divenuti questi fanciulli alla fine dell'anno scolastico? Era importante di non abbandonarli a se stessi. Il 18 aprile 1890, dopo un anno di riflessione, Mons. Merry del Val getta le basi per la Pia Associazione del Sacro Cuore di Gesù, che diventerà uno dei gruppi giovanili più fiorenti della Città eterna: la devozione al Sacro Cuore è al centro di tutto, ma anche la devozione alla Scala Santa, alla festa di Pasqua che si prepara accuratamente. Si organizzano anche delle passeggiate, delle merende e delle escursioni ai Castelli Romani. Si ritrovano in questo patrocinio, la larghezza e lo spirito spontaneo di un S. Filippo Neri e la profonda e affettuosa comprensione dell'anima del fanciullo di un San Giovanni Bosco. Quando un fanciullo si ammala, non è raro vedere Sua Eminenza stessa nella camera del piccolo malato. Fa mandare durante tutta la durata della malattia di uno di questi piccoli due litri di latte al giorno (un litro alla mattina e un altro alla sera!).
«Quando, all'inizio, alcuni tentavano di alterare la purezza della sua opera, egli li mise alla porta dicendo: "Nell'Associazione non ci deve essere che la pietà e la carità di Cristo". Quando sotto pretesto d'Azione Cattolica, si presentavano degli estranei che volevano fare i maestri, li mise da parte, e quando altri fecero pressione perché i suoi giovani si unissero a delle manifestazioni chiassose contro i nemici di Dio e della Chiesa, egli rispose loro: "Mi basta di farne dei bravi cattolici e dei buoni padri di famiglia, e sono anche sicuro che saranno dei buoni cittadini. La Chiesa di Cristo si difende con la preghiera, l'amore e la carità, più che con la guerra nelle strade". E non si lasciò né sedurre né commuovere. Gli ripugnavano le grida di "viva" e "abbasso", voleva delle energie cristiane: una pietà robusta e non dei programmi rumorosi».
«Tutti lo amavano! Ma nello stesso tempo ciascuno aveva un tale rispetto per lui che il timore di farlo dispiacere tratteneva i giovani [nel bene]».
«Era tutto nell'Associazione: il direttore, il consigliere, il benefattore occulto, il compagno di giochi, il padre, dovrei dire in una maniera più appropriata: il fratello maggiore di una grande famiglia».
Soleva ripetere, mostrando la fotografia dei suoi giovani sulla sua tavola: «Ho l'impressione di essere in mezzo a loro».
I suoi ultimi pensieri, espressi nel suo testamento, furono per la Pia Associazione: «Benedico i miei cari figli di Trastevere» e l'ultima volta che uscì, il 24 febbraio 1930, fu per andare in mezzo a loro. Due giorni dopo, non c'era più... I giovani vegliarono le sue spoglie per 5 giorni e rivendicarono l'onore di portarle essi stessi nella Basilica Vaticana.

 

GUIDA DI ANIME

«Guidare le anime sembrava essere la sua vocazione» ha dichiarato uno di quelli che l'ha avuto per direttore.
Quando fu elevato al posto di Cardinale Segretario di Stato, una delle sue dirette pensava che le innumerevoli occupazioni avrebbero frenato l'ascensione dell'anima di Mons. Merry del Val. In seguito ha testimoniato che questa nomina fu un trampolino tanto c'era in essa bisogno di santificarsi e di santificare gli altri.
Sovraccarico di lavoro per la Chiesa universale, non temeva la fatica che bisogna spendere talvolta per un'anima sola, vero piccolo mondo, vero "microcosmo" come diceva Pio XI.
La sua direzione riposava su questo fondamento: l'accettazione fiduciosa della volontà di Dio:
«Avete torto di credere che l'abbandono sia indifferenza di fronte alla sofferenza. Dove sarebbe, dunque, il merito se uno non sentisse niente? Finché si vive, si risentirà della sofferenza e dei dolori nelle pene. Soffrire non è mancanza di abbandono. Gli stessi lamenti non sono una colpa, ammesso che, nonostante ciò, permane l'intenzione per la quale voi avete una volta per tutte accettato la volontà di Dio. Per mancarvi, ci deve essere un atto contrario e deliberato della propria volontà».
Esigeva una grande semplicità. «Una religiosa aveva chiesto il permesso per fare delle penitenze corporali durante la quaresima. Essendo occupata con una malata, non ottenne questo permesso, ma le fu solamente concesso di fare un piccolo atto di mortificazione a tavola. Alla fine della quaresima, questa religiosa gli fece sapere che aveva fatto come le era stato detto: ebbe finalmente il permesso di fare la penitenza che, all'inizio, le era stata negata. Questo fatto è caratteristico della sua direzione: prima le cose ordinarie dovevano essere fatte semplicemente, e poi si poteva pensare alle cose straordinarie».
Questa semplicità si fa rassicurante, buon senso, per l'anima inquieta: «Un pensiero passeggero non può essere un peccato. Quando si ha paura di peccare, non si pecca».
Ma lo scopo egli lo guarda ininterrottamente: è l'unione con Dio.

Il Cardinale fu veramente padre di una moltitudine.

 

NELL'OMBRA E NELLA LUCE

La morte lo strappa a tutti i suoi figli dopo una crisi fulminante di appendicite il 26 ottobre 1930 all'età di 64 anni. Calmo e sereno, mormorava: «Io sono nelle mani di Dio». «Morire, aveva scritto nel suo diario, è chiudere gli occhi e addormentarsi per svegliarsi lassù nel Cielo». «Nel momento della morte ciò che è necessario, è la tranquillità, pensando che si passa da questa vita all'altra, come per una porta che si apre per condurci a Dio».
«Sulla mia tomba, si scriva soltanto il mio nome, con queste parole: "Da mihi animas caetera tolte ", l'aspirazione di tutta la mia vita».
Un autore ha scritto molto giudiziosamente che san Pio X aveva scelto il Cardinal Merry del Val «perché trovava il lui ciò di cui egli stesso temeva di mancare». Egli fu contemporaneamente, nell'ombra del suo maestro, l'umile Segretario di Stato «nella prosa santificante del lavoro quotidiano», fu anche, nella luce di questo Papa, con la sua santità personale, ma anche e soprattutto con la sua santità per la Chiesa: "Datemi anime e toglietemi tutto il resto" era il suo motto.

 

QUALCHE DATA

 

 


Fonte: don Jacques-Yves Pertin

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