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Chiesa Parrocchiale di San Matteo a Riese

 Chiesa Parrocchiale Riese 2016Chiesa Parrocchiale nel 2016 (Foto Silvano Zamprogna)

 

Storia e descrizione

Statua San MatteoStatua lignea di San Matteo, un tempo nell'altare maggiore (clicca per ingrandire) Si sa che il nucleo cittadino più antico in origine gravitava attorno a Cendrole. Lo spostamento verso l’attuale centro storico cittadino, probabilmente per cause di tipo geografico, avvenne gradualmente col tempo, per dirsi completo solo verso il XV secolo. Comunque sia, in epoca ben più antica (VIII secolo), nelle vicinanze del castello feudale di Riese, ad opera dei monaci nonantolani (monaci benedettini provenienti dall’abbazia di Lovadina –Spresiano- e soggetti al monastero di Nonantola nei pressi di Modena), sorse una prima chiesa che fu dedicata a San Silvestro, la quale ebbe probabilmente la funzione di sostituire la diroccata e ormai abbandonata pieve di Cendrole.

Come risulta da alcune documentazioni, prima del 1157 a quest’ultima chiesa ne fu affiancata un’altra nuova, dedicata all’evangelista San Matteo che, ricevendo nel 1280 il fonte battesimale delle Cendrole, fu destinata al “servizio dei vivi”, mentre quella di San Silvestro prevalentemente alle “funzioni dei defunti”.

Come attesta la lapide tombale del pievano Andrea de Ziroldis, nel 1412 la chiesa di San Matteo era sicuramente chiesa parrocchiale e pieve, sostituendo oramai completamente la dignità delle Cendrole. Sicuramente riadattata e ristrutturata nel corso dei secoli, la chiesa di San Matteo, verso la metà del Settecento, doveva certo apparire piuttosto fatiscente e non più sufficiente all’aumentata popolazione.

Nel 1764, infatti, fu demolita. L’architetto Andrea Zorzi, che risiedeva in Riese, fu incaricato di progettare la nuova chiesa, che sorse sulla stessa area. Nel 1777 il nuovo edificio doveva essere già pressoché compiuto, se in quell’anno fu consacrato dal vescovo Paolo Francesco Giustinian.

Non molti anni prima, la famiglia di Andrea Zorzi aveva acquistato la villa Gradenigo Venier (ora Eger), dove, s’è già detto, risiedeva. Per la nuova dimora, lo Zorzi aveva già progettato lo scalone interno, aveva provveduto alla ri-sistemazione della facciata e aveva costruito le adiacenze; aveva così dato dimostrazione del suo talento come architetto.

Fu quindi piuttosto naturale che, quando si decise di ricostruire la fatiscente vecchia chiesa di San Matteo, la commissione fosse affidata all’illustre concittadino, educatosi sotto gli insegnamenti del più famoso Francesco Maria Preti, del quale lo Zorzi può considerasi un allievo.

La facciata della nuova chiesa, che si affianca al preesistente campanile, si presenta quasi come una semplificazione in leggerezza di quelle del Preti: un ampio basamento piatto, leggermente in aggetto, scandisce una superficie orizzontale in mezzo alla quale, rientrando, si apre l’alto portale sormontato da lunotto; sopra il basamento, a due a due, s’innalzano delle paraste di ordine corinzio che inquadrano rientranze modanate da riquadri esagonali oblunghi in senso verticale; in sommità, l’architrave gradualmente sporgente sorregge l’elegante timpano alle cui sommità acroteriali sono collocate le statue della Vergine e dei Santi Giuseppe e Matteo.

ChParrOld.jpgL’elegante movimento della facciata, acquista delicata grazia dalla colorazione in marmorino bianco sul quale si disegnano le pallide tinte delle riquadrature e delle altre modanature.

L’interno, come sottolinea la facciata stessa, è a pianta basilicale con un’unica navata, le cui pareti maggiori sono scandite da ampie arcate a tutto sesto (tre cappelle contenenti gli altari), rientranti con un certo plasticismo in profondità e poggianti su pilastri di ordine dorico, in mezzo alle quali s’innalza snella la parasta corinzia che arriva fino a sorreggere otticamente il robusto cornicione, al quale spetta il compito di regolare orizzontalmente il ritmo mosso del perimetro interno dell’edificio.

Al di sopra del cornicione, in corrispondenza con le arcate sottostanti, si aprono i luminosi finestroni a lunotto e l’ampio soffitto. Il presbiterio, che si apre tra due rientranze laterali con l’arco trionfale, penetra in profondità ed in altezza al di là dei gradoni di rialzo, delimitati dalle originali balaustre, per concludersi nella curvatura dell’abside con catino, preceduto quest’ultimo dalle vele della volta a crociera.

Il risultato, è un delicato meccanismo di forze armoniche e proporzionali, ispirate alla media armonica di Francesco Maria Preti, che il restauro, a cui la chiesa sta per essere sottoposta, dovrebbe saper ripristinare nella sua interezza per ritornare all’edificio la sua originaria genuinità.

Come abbiamo visto con il Preti per la chiesa di Vallà, sicuramente spettano al disegno dello Zorzi anche molte delle decorazioni architettoniche, come quelle degli altari e del presbiterio o come, con ogni probabilità, quelle dello stallo ligneo, in origine decorato a finto marmorino, del coro.

L’interno della chiesa contiene preziose opere pittoriche, nonché altre opere interessanti come l’imponente ciborio dell’altar maggiore, di lapicida del XVIII secolo, ai cui lati sono oggi conservate due sculture in marmo eseguite nel 1910 a grandezza pressoché naturale da Francesco Sartor, che sono andate a sostituire due sculture lignee del Settecento, dipinte a finto marmo, conservate oggi in sacrestia (dove si conserva anche un bel crocifisso ligneo del Settecento) e raffiguranti gli stessi soggetti di San Silvestro e San Matteo, rispettivamente i santi a cui era dedicato l’antico sacello nelle prossimità del distrutto castello feudale e la nostra chiesa.

Pregevole è anche il volto di San Bartolomeo (o San Matteo ?), opera in mosaico forse risalente al XVI secolo, che si trova ora collocata nella parasta interna di sinistra dell’arco trionfale. Tra i dipinti, di particolare pregio sono le opere di seguito descritte.

Inaugurazione 3 statue sopra Chiesa 1905Inaugurazione 3 statue sopra Chiesa 1905Tra le più antiche, quella di Jacopo Palma il Giovane (Venezia, 1544 - 1628), raffigurante la Crocifissione, è collocata sulla parete di sinistra del presbiterio. Per quel che concerne il Palma, possiamo dire che molti furono i pittori che, tra gli ultimi decenni del secolo ed i primi di quello successivo, si ispirarono all'arte dei grandi maestri veneti del Cinquecento, carpendone, chi più da uno, chi più da l'altro, la "maniera".

Particolare menzione meritano i cosiddetti pittori delle "sette maniere", da come lì chiamò nel Seicento lo storico-erudita (ma anche pittore) Marco Boschini. In questi sette artisti, il Boschini vede i principali continuatori dei modi di dipingere di Tiziano, Tintoretto, Veronese e Bassano. Ognuno di loro dà, a seconda anche del momento, una sua interpretazione dell'arte dei maestri, continuandone gli stilemi ben dentro il Seicento.

Tra questi, appunto, quello che certo appare tra i più dotati è Jacopo Palma il Giovane, allievo di Tiziano (finì la Pietà dell'Accademia di Venezia alla morte del maestro), il quale a partire dagli ultimi decenni del Cinquecento svolse un’intensissima attività per numerose chiese e confraternite veneziane e dell'entroterra, partecipando anche alla decorazione di Palazzo Ducale dopo gli incendi degli anni Settanta.

Legato quindi inizialmente ai modi di Tiziano (pur elaborati sulle esperienze fatte in Italia centrale da giovane), con l'andare del tempo si apre a soluzioni che sentono anche l'influenza degli altri maestri, e del Tintoretto primo fra tutti. La movimentata Crocifissione della chiesa di San Matteo, infatti, dipinta intorno al 1595, come precisa la Mason Rinaldi, dovrebbe provenire (1839) dal Deposito della Commenda di Malta di Montagnana ed evidenzia nella composizione richiami al Tintoretto, sebbene il suo fare pittorico tradisca sempre una spiccata componente tizianesca.

Complessa è invece la vicenda attributiva della tela centinata raffigurante l'Annunciazione col Padre Eterno in gloria, conservata in origine nel primo altare di destra e oggi in sacrestia, giunta dalle giacenze delle pinacoteche e dei musei erariali di Venezia nel 1839, grazie all'interessamento del nobile veneziano (che fu anche pittore) Marco Alvise Bernardo e di Angelo Monico.

Discussa è l'attribuzione (anche a causa del pesante restauro subito nell'Ottocento ad opera del pittore Paolo Fabris di Venezia, eseguito nel 1844), che sembra comunque escludere la mano del Palma a favore di Paolo Piazza (pittore nativo di Castelfranco Veneto). Tra l’altro, vi sono delle fonti che ricordano la firma del Piazza posta su questa tela. Tuttavia, l’attribuzione non può dirsi certa.

Per il Settecento, le opere pittoriche indubbiamente di maggior valore sono i due ovali di Gaspare Diziani (Belluno, 1689 – Venezia, 1767), in origine conservate nella santuario di Cendrole, a questo donate dal cardinale Jacopo Monico il quale, a sua volta, le ebbe in dono da monsignor Woevich-Lazzari, parroco delle chiesa di San Luca in Venezia.

Il Diziani, fa parte di quegli artisti formatisi sull'esempio e sugli insegnamenti dei tre grandi maestri veneti dell’epoca (Sebastiano Ricci, Piazzetta e Tiepolo); artisti che resero folta e fiorente la cosiddetta scuola veneziana dei "figuristi" e che furono talvolta ingiustamente considerati minori, sebbene i loro nomi ricorrano tanto spesso non solo nella città di Venezia e nel Veneto, ma anche fuori dei confini della patria, in quanto chiamati a lavorare presso le più note corti principesche d'Europa: in Inghilterra, in Russia, in Polonia, in Germania, in Spagna.

Per citare solo i nomi dei principali, essi sono, oltre al nostro Gaspare Diziani, Giannantonio Guardi, Francesco e Giambattista Pittoni, Francesco Fontebasso, Giambettino Cimaroli, Jacopo Marieschi, Francesco Zugno, Jacopo Guarana, Antonio Molinari, Antonio Balestra, Giannantonio Pellegrini, Giambattista Crosato, il Cappella, i Maggiotto, il Bencovich, il Chiozzotto, fino alle ultime generazioni, che oltrepassano la fine del secolo, come il Bevilacqua e Giovanni Battista Canal (che vedremo attivo anche nella chiesa di Poggiana).

Rappresentano pertanto, numericamente e qualitativamente, certo la schiera di artisti più importante dell’Europa del periodo. Tra essi, Gaspare Diziani ne è uno dei maggiori esponenti: lo si vede bene anche nelle due notevoli tele della chiesa di San Matteo, oggi conservate nelle brevi pareti ai lati dell’arco trionfale. Raffigurano la Cena in Emmaus e David riceve da Achimelec il pane di proposizione, e sono state eseguite probabilmente intorno al 1754, vicine cioè all'Annunciazione di Belluno e alla Pala di Elusone, e caratterizzate da una pennellata corposa e da un cromatismo acceso.

Di una generazione precedente rispetto al Diziani è, invece, Gregorio Lazzarini (Venezia, 1655 – Villabona Veronese, 1730) il quale, formatosi frequentando anche l'accademia di Pietro Vecchia, fu particolarmente prolifico in territorio veneto tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII secolo: ne è un gustoso esempio la tela raffigurante la Guarigione del cieco nato, che si conserva nella parete di destra del presbiterio, di rimpetto all’opera del Palma.

Sempre nel presbiterio, al di là dell’altare maggiore, a destra, si conserva il ritratto del Cardinale Jacopo Monico, probabile opera di Alvise Marco Bernardo (Venezia, 1789 - 1868): il pittore fa il ritratto di Jacopo Monico, che indossa l'abito cardinalizio, cogliendo l'effigiato di mezzo busto ed in leggero scorcio. Il Monico, nato a Riese nel 1778 e morto nel 1851, oltre che prelato fu anche un letterato ed un umanista, ed ebbe pure una certa influenza in campo politico. Dapprima parroco di San Vito d'Asolo, divenne poi vescovo di Ceneda, e fu quindi cardinale e patriarca di Venezia. Il dipinto lo ritrae verosimilmente all'età circa di una cinquantina d'anni, pertanto la sua esecuzione può essere collocata nei primi anni Trenta del XIX secolo, probabilmente in concomitanza con la nomina stessa a cardinale, avvenuta il 29 luglio del 1833. Il ritratto fu forse eseguito a Venezia. Alvise Marco Bernardo, patrizio veneto, fu pittore ed architetto dilettante. L’attribuzione è suffragata anche dal confronto con un dipinto, pressoché identico al nostro, conservato nella chiesa parrocchiale di San Vito d'Asolo.

Un altro dipinto analogo si conserva nella Civica Raccolta del Comune di Castelfranco Veneto. Sempre nel presbiterio, di rimpetto all’effigie del Monico, è collocato il ritratto di Giuseppe Sarto in veste ancora cardinalizia, opera dipinta, per quel che è possibile giudicare a distanza, nel gusto del Bordignon. Il riquadro del soffitto della chiesa era decorato con un affresco di Luigi Serena (Montebelluna, 1845 - 1911) che, purtroppo, alcuni decenni fa si staccò andando così distrutto.

Nell'ambito forse di Giovanni Antonio Pellegrini (Venezia, 1675 - 1741), e in ogni caso all'interno della pittura veneta del Settecento, può essere collocata anche la tela con San Matteo, conservata nella canonica della stessa chiesa assieme ad altre opere di minor importanza artistica.

 


* Parte delle notizie sopra riportate sono state tratte da GIAMPAOLO BORDIGNON FAVERO, Castelfranco Veneto e il suo territorio nella storia e nell’arte, Cittadella, 1975, vol. II.


Fonte: Marco Mondi


 

Un dipinto di Jacopo Tintoretto?

Un documento interessante: il libro "LO SPOSALIZIO DI NOSTRA DONNA, DIPINTO DA IACOPO TINTORETTO NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI RIESE, DESCRITTO ED ILLUSTRATO IN OCCASIONE DELL'INGRESSO A PARROCO DI QUELLA CHIESA DEL MOLTO REVERENDO D. TITO FUSANI" di Giacinto Monico e Angelo Monico

 

L'Annunciazione di Palma il Giovane

Entrando nella Chiesa parrocchiale di San Matteo in Riese Pio X, il nostro sguardo è attratto dal primo altare laterale a destra, dono del card. Jacopo Monico, in marmo rosso di Verona con sovrapposta ampia struttura, terminante a frontone, composta da marmo peperino grigio-scuro e lumachella, che trova stentata collocazione nella cappella ideata dall’Arch. Andrea Zorzi, sia per le enormi dimensioni strutturali come per la linea architettonica classica in contrasto con lo stile settecentesco della chiesa.

Palma il Giovane: L'AnnunciazioneFoto Silvano Zamprogna. Clicca per ingrandireIncastonata nella struttura marmorea di questa cappella è collocata una tela, centinata, ad olio (cm 350x250 circa), di ottima fattura rappresentante l’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria. Essa è proveniente dalla chiesa di Santa Sofia di Venezia. L’opera, non firmata, è stata attribuita da tradizione e bibliografia locale al Tintoretto o a Paolo Piazza, ma secondo il parere di ulteriori, approfonditi studi di critici attenti agli spunti compositivi e iconografici, ai colori, alla distribuzione spaziale, ai paesaggi morbidi, dalla luminosità alle penombre, viene collocato con sicurezza nell’ambito di Jacopo Negretti detto Palma il Giovane (1548-1628), che subì l’influenza di Raffaello, Tintoretto e soprattutto di Tiziano.

Alla prima osservazione l’opera presenta, con colori più marcati, in primo piano, le figure di Maria e dell’Arcangelo Gabriele. Da una più attenta analisi, però, la tela si può dividere in quattro scene unite insieme da un circolo quasi centrale, un vortice che le lega, al centro del quale, con la sua azione, appare, seppur sommessamente, il vero protagonista della scena: lo Spirito Santo. Per opera sua, infatti, il Figlio di Dio si fa uomo col sì di Maria.

In alto a sinistra è dipinto Dio Padre che invia l’Arcangelo Gabriele (sotto a sinistra) a chiedere a Maria (che si trova in basso a destra, diagonalmente opposta a Dio Padre) la disponibilità a diventare la Madre del Messia.

Sulla destra in alto, di fronte a Dio Padre, sopra la figura di Maria, ma diagonalmente opposto all’Arcangelo, un gruppo di angeli assiste e partecipa alla scena in un clima di grande, ansiosa attesa della risposta di Maria.

Mentre le altre figure sono dipinte, sembra, in maniera alquanto frettolosa, con colori più opachi marrone e giallo-ocra, spicca, invece, luminosa e coinvolgente, la deliziosa figura di Maria, giovanissima, che richiama la freschezza del racconto evangelico di Luca, attenta e sorpresa dell’annuncio dell’angelo, colpita dalla luce calda che proviene dallo Spirito Santo, come colomba.

Un senso di festosa partecipazione dell’autore al sì di Maria, nella sua umile e fiduciosa disponibilità a diventare la madre del Salvatore è evidenziato nella vivacità dei colori rosso e azzurro del suo vestito. Una intensa e diffusa spiritualità pervade tutta la scena.

Un libro aperto, appoggiato ad un cuscino, posto su un cassone accanto a Maria, ricorda in particolare il realizzarsi delle profezie antiche di Isaia sulla nascita dell’Emmanuele da una vergine, al cap. VII, e l’avvento del regno messianico citato al cap. XI e richiamato anche da altri profeti.

La disposizione del quadro, nella chiesa, collocato di fronte alla cappella del battesimo di San Pio X, ci ricorda ancora che la missione di Gesù continua nella storia della salvezza dopo il si di Maria fino alla fine dei tempi, portata avanti dalla Chiesa, rappresentata anche dal nostro Santo Pontefice, assistita dallo Spirito Santo.

 

Fonte: Nazareno Petrin

I due ovali di Gaspare Diziani

Sopra le porte laterali sui lati nord e sud della Chiesa Parrocchiale di San Matteo, provenienti dal Santuario Mariano delle Cendrole e qui collocati per motivi di sicurezza, si trovano due preziosi ovali, olio su tela, di uguali dimensioni (cm. 137x110) posti in cornice dorata originale, riccamente intagliata sulla parte superiore con simboli eucaristici.

In uno di essi è raffigurata la Cena di Gesù in Emmaus, nell’altro Davide che riceve il pane di proposizione da Achimelec. Sono opere del pittore bellunese Gaspare Diziani (1689-1767). Restaurate a cura della Sovrintendenza alle opere d’arte di Venezia nel 1971, sono tornate alla primitiva bellezza e leggibilità. La critica più recente le colloca intorno al 1754 in un periodo in cui il Diziani passava con estrema disinvoltura e maestria dalla scena storica alla scena biblica o a ritrarre la vita contadina. Le tele furono donate da Mons. Woevich-Lazzari, parroco della parrocchia di San Luca in Venezia, al Card. Jacopo Monico che le donò a sua volta al Santuario delle Cendrole.


 

GaspareDiziano1

La cena in Emmaus fa riferimento al racconto del capitolo 24 del Vangelo di Luca, quando Gesù, la sera di Pasqua, dopo essersi affiancato a due misteriosi viandanti per un tratto di strada e aver conservato con essi, delusi per le notizie della sua morte, accetta l’invito di fermarsi a casa loro, dove illumina la loro fede vacillante, citando le Scritture. Spezzando poi il pane eucaristico con loro, rivela di essere lui stesso il Cristo risorto. Nella raffigurazione pittorica la scena si svolge nella penombra e nell’intimità pervasa da profonda religiosità. I colori trasparenti quasi “acquosi” caratteristici del Diziani, e nel contempo vivaci e morbidi, danno calore e vitalità all’attimo di sorpresa in cui Gesù si manifesta come “il risorto”.

 


Il secondo ovale riporta invece la scena raccontata dal Primo libro di Samuele, cap. 21, in cui Davide, mentre sfugge all’ira del re Saul entra affamato nel tempio e il sacerdote Achimelec, non avendo altro da offrirgli, acconsente a Davide di mangiare i pani della proposizione, offerti a Dio e riservati ai sacerdoti e gli dona pure per sua difesa la spada di Golia che teneva come trofeo. Il fatto viene richiamato anche da Gesù, capitolo secondo del Vangelo di Marco, che attribuisce ad Achimelec il nome di Abiatàr, per dire che la carità supera anche la rigida legalità.

GaspareDiziano2Anche questo dipinto presenta una straordinaria luminosità e varietà di colori. I personaggi sono posti trasversalmente come da consueti canoni artistici: un soldato, il sacerdote Achimelec, Davide inginocchiato implorante, in secondo piano l’altare delle offerte e sulla destra in alto sbuca dalle nubi Dio Padre nelle sembianze di un vegliardo, la cui presenza esprime il consenso per quanto il sacerdote eccezionalmente decide di consentire in deroga alle rigide leggi antiche.

Oltre che un gioiello d’arte, questo dipinto anticipa in sede veterotestamentaria il discorso sul pane eucaristico e apre uno spiraglio sulla nuova mentalità cristiana, dove la carità spesso supera la rigidezza della legge.

(Fonte: Nazareno Petrin)

 

La guarigione del cieco nato

Il meraviglioso racconto evangelico della guarigione del cieco nato, narrato nel Vangelo di Giovanni al capitolo nono in cui Gesù, imponendo sugli occhi di un uomo cieco dalla nascita un po’ di fango fatto con la saliva, gli dona la vista è magnificamente rappresentato in un dipinto che abbellisce la nostra chiesa parrocchiale e si trova sul lato destro del presbiterio.

E’ giunto a noi verso il 1810 proveniente dalla chiesa di San Geminiano di Venezia, opera del Sansovino situata in Piazza San Marco, distrutta nel 1807 da Napoleone per ricavarne un salone da ballo. L’opera è una tela ad olio ( m. 2,60x1,55) attualmente assai annerita, con diverse stuccature, ma ancora abbastanza leggibile sia nella scena che nei colori, seppur bisognosa di restauro per una sua piena valorizzazione.

E’ datata dalla critica verso l’anno 1718. E’ opera del pittore Gregorio Lazzarini ( 1655-1730). Questo artista visse quasi esclusivamente a Venezia protetto dalle famiglie nobili più importanti. Ebbe contatti con molti personaggi dell’epoca italiani e stranieri e morì a Villabona (Rovigo). Lavorò molto e delle sue numerosissime opere, molte delle quali sono andate perdute o si trovano in collezioni private. Fu educato alla scuola di F. Rosa e Pietro Della Vecchia; fu primo maestro di Giambattista Tiepolo.

Nel suo percorso artistico attinse a varie correnti e metodologie, tanto da aver oggi qualche difficoltà nell’attribuzione postuma delle opere non firmate. Fece parte della corrente artistica dei “tenebrosi”, così chiamati per la caratteristica velatura di oscurità che caratterizzavano i loro quadri e amante anche del “naturalismo” che valorizzava la levigatura e la plasticità delle forme fisiche delle persone.

riese guarigione del cieco nato gregorio lazzarini

Centro scena del nostro quadro ben evidenziati su una posizione di sopraelevatura su gradini di pietra è Gesù, tutto compreso nell’azione che sta svolgendo, pone le mani sul volto del cieco che sta dialogando con lui appoggiato ad un bastone, ma tiene l’altro braccio alzato quasi per spiegare anche gestualmente al guaritore la sua triste situazione.

Un arco, che ricorda l’acqua per lavarsi, fa da sfondo e contiene entro la volta un cielo azzurro simbolo di serenità futura. Una donna con un bambino in braccio, simbolo della vita che continua (?) assistono alla scena insieme ad alcune figure appena abbozzate di donne, di apostoli testimoni e altri personaggi in atteggiamento curioso e critico osservano l’avvenimento. Un cane a testa bassa, quasi compreso della sacralità del momento chiude e congiunge plasticamente la scena dei protagonisti e degli osservatori.

(Fonte: Nazzareno Petrin)

 

L'organo

Organo Chiesa Parrocchiale Riese PIo X

L'organo 'Malvestio-Zanin', situato nella chiesa di Riese Pio X (Treviso) è stato costruito dalla Casa Organaria Malvestio nei primi anni del XX secolo.

Nel 2002, con la ristrutturazione della chiesa, lo strumento è stato collocato in una nuova Cantoria sopra la porta centrale, ristrutturato e integrato nelle parti logore ed inefficienti.

Attualmente consta di 31 registri reali, distribuiti su 2 manuali e Pedale. Un interessantissimo esempio di restauro di un Organo  "Ceciliano", a cura della Consulta Organi della Diocesi di Treviso.

 

Disposizione fonica :

Grand’Organo (I Tastiera) - 58 note, Do 1 – La 5 -

1 - PRINCIPALE 16’ (1 – 6 di legno aperto)
2 - PRINCIPALE 8’ (1-19 in facciata + Princ. 16’)
3 - DULCIANA 8’
4 - FLAUTO 8’
5 - UNDA MARIS 8’
6 - OTTAVA 4’
7 - FLAUTO 4’ (1-12 da Ottava)
8 - DUODECIMA 2 2/3’
9 - DECIMAQUINTA 2’
10 - RIPIENO GRAVE II
11 - RIPIENO ACUTO II
12 - TROMBA 8’

Espressivo (II Tastiera) - 58 note, Do 1 – La 5 -

13 - PRINCIPALE 8’ (1-20 in legno)
14 - BORDONE 8’

15 - GAMBA 8’
16 - QUINTANTE 8’
17 - FLAUTO 4’
18 - OTTAVA 4’
19 - NAZARDO 2 2/3’
20 - DECIMAQUINTA 2’
21 - PIENINO II
22 - CORO VIOLE 8’ (con Gamba e Voce celeste)
23 - OBOE 8’

Pedale (30 note Do 1 – Fa 3)

24 - CONTRABBASSO 16’ (completato con nuove le prime 6 canne)
25 - BASSO 8’ (prolungato meccanicamente da C.sso.)
26 - OTTAVA 4’
27 - SUBBASSO 16’
28 - BORDONE 8’ (prolungato meccanicamente dal Subbasso
29 - VIOLONCELLO 8’
30 - FAGOTTO (Trombone) 16’


Unioni : II-I, I-P., II-P.
Tira Ripieno G.O., Ripienino II, Tira ancia pedale, Tira Cornetto (solo a blocco).

 

 

(Fonte: http://www.rinorizzato.it/Riese.htm)

Discorso di San Giovanni Paolo II a Riese: ai cittadini ...

Alla base della vocazione sacerdotale, il cuore di una madre

Signor sindaco.


1. La ringrazio sentitamente per le parole di benvenuto, così cordiali, che ha voluto rivolgermi, interpretando i sentimenti dei presenti e di tutti gli abitanti di questa città.

Il mio grazie va anche alle altre autorità civili del comune e della provincia di Treviso per la calorosa accoglienza che mi è stata riservata in questo luogo così ricco di significati per me e per voi che vantate l'onore di aver dato alla Chiesa un figlio della vostra terra, divenuto sommo pontefice e santo.

Ho voluto far tappa qui, soffermandomi a pregare in questa "Casetta del santo", in cui Giuseppe Sarto vide la luce. Qui mi inchino alla soavissima memoria della sua nascita terrena, avvenuta esattamente 150 anni fa, in questa casa dove tutto parla di fede, di umiltà e di povertà: in questa casa, rimasta inalterata nella sua semplicità, quale il piccolo Giuseppe apprese a vederla e ad amarla, santuario domestico della sua fanciullezza e della sua vocazione.

Molti valori ai quali egli impronto il suo ministero pastorale, così molteplice e fecondo, trovano la prima spiegazione negli elementi che costituirono qui il suo ambiente: la preghiera assidua nella famiglia e nella comunità parrocchiale; il catechismo, da cui apprese l'amore a Dio e alla Chiesa; lo spirito di sacrificio in una vita povera e semplice; l'impegno severo nello studio e nel lavoro. E, soprattutto, la carità, quell'amorosa attenzione ai bisognosi a cui san Pio X rimase fedele per tutta la vita: egli, che ne aveva acutamente sperimentato il bisogno, rammento sempre, in seguito, il dovere della carità verso ogni povero.


2. Mi sia consentito, oggi, da questa casa, rivolgere un pensiero riverente alla mamma di papa Sarto, Margherita, una di quelle donne forti e sagge di cui parla la Bibbia e delle quali è particolarmente fertile questa terra veneta e trevigiana.

Nelle radici di una vocazione sacerdotale, accanto alla presenza vigile del padre, è insostituibile il cuore di una mamma, e questo luogo ce lo attesta. Sappiamo che san Pio X riconobbe sempre nell'azione educativa della madre il fondamento della sua fede e della vocazione sacerdotale. Egli veniva a visitare la mamma, anche da patriarca, con devozione, ringraziando Dio per il grande privilegio di essere nato in una famiglia cristiana.


3. A voi, cari fedeli di Riese, il compito di custodire gelosamente, come già fate con giusto orgoglio, queste memorie. Esse non siano solo un ricordo, ma un monito perenne per voi e per i vostri figli. I genitori, soprattutto, siano i primi responsabili dell'educazione religiosa dei propri figli, attraverso la catechesi assidua, organica, fedele al pensiero della Chiesa, profondamente apprezzata e seriamente testimoniata dallo stile di vita cristiana.

Imparino tutti ad amare la semplicità della vita, resistendo alle molteplici tentazioni del benessere. Ognuno coltivi la preziosa eredità delle tradizioni religiose, che costituiscono l'anima più profonda della vostra cultura veneta.


4. La vicinanza dei luoghi che furono teatro di scontri sanguinosi nel corso della guerra, nella quale l'Italia entro esattamente settant'anni fa, mi porta col pensiero alle vittime di quell'immane tragedia, che innumerevoli lutti semino in queste e in molte altre terre d'Europa. Nel ricordo degli sforzi compiuti da san Pio X per scongiurare lo scoppio del conflitto, il cui inizio ebbe sulla sua fibra ormai provata un contraccolpo fatale, elevo la mia accorata preghiera a Dio perché ispiri all'umanità di oggi pensieri di saggezza e la induca a resistere alle suggestioni nefaste della violenza. Parlino i morti alla coscienza dei vivi e ricordino loro che per comporre le controversie e le difficoltà v'è sempre una strada alternativa alla lotta fratricida della guerra. Il loro sacrificio valga a ottenere alle rispettive famiglie e all'intera Italia giorni di serenità, di operosa concordia e di pace.

Con questo auspicio imparto di cuore a voi e ai vostri cari la mia benedizione apostolica, pegno di abbondanti grazie del Signore.

Sabato, 15 Giugno 1985

 

Fonte: clerus.org

... e Al clero diocesano

Vi conforti la gioia della fedeltà e della fraternità

Cari sacerdoti e religiosi della diocesi trevigiana!


1. So di incontrare oggi, qui, un presbiterio valoroso, che ha alle spalle, e tuttora nel cuore, una tradizione, tra le più illustri, di impegno sacerdotale e pastorale.

Dalla catena sacerdotale alla quale voi appartenete, è venuto don Giuseppe Sarto, pontefice grande e santo nella Chiesa di Cristo. Della sua grandezza e della sua santità io sono venuto a rendere testimonianza a Riese, a Treviso, a Venezia. Nessuna lettura parziale e nessuna analisi critica del periodo storico in cui egli visse, o addirittura del suo servizio Pontificale, possono intaccare quello che è stato e rimane il giudizio della Chiesa su quest'uomo che, com'è stato giustamente detto, fu grande perché fu santo.

Commemorando il centenario dell'ordinazione sacerdotale di Pio X, nel duomo di Castelfranco Veneto il 18 settembre 1958, il patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, con profonda acutezza, ebbe a dire: "Avvenimenti di straordinaria portata hanno sconvolto il mondo e più volte rifatto la carta geografica delle nazioni. Ma il punto fermo segnato da Pio X con ardore apostolico, con intrepidezza di pastore universale, ci fa dire che il piccolo Samuele di Riese si lascio condurre dalla voce e dalla mano di Dio: ed elevato alla dignità altissima di romano pontefice emulo i suoi grandi predecessori, e solo per un istante... parve che rimanesse schiacciato dal peso immane dell'altissimo ufficio. Poi, con il passo sicuro della gente della campagna, intraprese il suo cammino. E fece una strada lunga, difficile e martoriata, che sbalordi quanti credettero che il figlio del cursore comunale si esaurisse tutto nell'"offerre dona et sacrificia pro peccatis".

Di fatto egli fece questo in modo eminente, e fece tutto il resto, di cui una sola impresa basterebbe alla sua gloria e immortalità" ("Scritti e discorsi", III (1957-1958), 653).


2. E infatti, come per i grandi pontefici, noi possiamo dire che non c'è settore o aspetto della vita della Chiesa in cui Pio X non sia entrato per discernere, orientare, determinare, rilanciare. Ricordiamo sommariamente il campo della liturgia, i sacramenti, la catechesi e la predicazione, il canto sacro e l'arte sacra, il diritto ecclesiastico, l'apostolato sociale, i seminari e la formazione sacerdotale, gli studi biblici, l'organizzazione ecclesiastica: in ognuno di questi ambiti egli è intervenuto con mano abile e ferma, con scelte provvidenziali e incisive. Egli ha consacrato orientamenti innovativi e profetici e, nello stesso tempo, ha consolidato e incrementato la fede della Chiesa. Poiché questa è stata la sua massima aspirazione e preoccupazione: la genuinità, la limpidezza, la trasparenza della fede in tutto il popolo di Dio. Ha lottato e sofferto per la libertà della Chiesa, e per questa libertà s'è rivelato pronto a sacrificare privilegi e onori, ad affrontare incomprensione e derisione, in quanto valutava questa libertà come garanzia ultima per l'integrità e la coerenza della fede. Non si lascio bloccare da alcun rispetto umano, né da calcolato opportunismo, quando si tratto di difendere i diritti di Cristo, della Chiesa e dei più piccoli tra i fratelli. Chi lascio dietro a sé senza tentennamenti nostalgici, ogni attrattiva per il potere temporale, ogni pur minimo collegamento con la "civitas terrena" che non fosse contrassegnato dalla carità, se non Pio X? Si, questa è la grandezza di papa Sarto; qui egli svetta in maniera incomprimibile. Non solo cronologicamente egli chiude un'epoca e ne apre un'altra, e poi è quella che ci avrebbe condotti al Concilio Ecumenico Vaticano II, e alla caratteristica fondamentale e imprescindibile di esso, la pastoralità. Cioè, quel modo singolare e originale di valutare ogni situazione, che è proprio della Chiesa, in continuazione dell'opera del Buon Pastore, secondo la quale nulla dell'uomo le è estraneo o indifferente, ma tutto le interessa sul piano esclusivo del servizio, "usque ad effusionem sanguinis".

Angelo Giuseppe Roncalli, divenuto papa Giovanni XXIII, scriveva (21 aprile 1959) in particolare al clero veneto in occasione del provvisorio "ritorno" dell'urna di Pio X a Venezia: "La Chiesa dei tempi di Pio X stette al posto suo con finezza e fierezza. Taluni forzarono la porta; altri riuscirono ad imprese clamorose e dolorose. Ma su quel clamore si distesero poi le ombre della notte.

Pio X, mite e umile di cuore, non piego alla violenza dei potenti della terra né alle lusinghe dei dialettici delle varie scuole. E lascio l'esempio preclaro del suo strenuo amore al libro sacro e alle sorgenti della grazia. A chi, definendolo "un povero parroco delle campagne venete", lo immagino quasi confuso e sperduto nelle immensità dei compiti pontificali, egli diede la misura altissima della sua chiaroveggenza di maestro e di pastore universale" (AAS 51 [1959], 379).


3. Ecco perché vede riduttivamente, quando non erroneamente, chi parla di immobilismo e di restaurazione della Chiesa dei tempi di Pio X: l'"instaurare omnia in Christo", contrariamente alle apparenze, è quanto di più dinamico e innovativo possa esserci in ordine al tenere il passo coi tempi e al corrispondere con intrepida franchezza alle sempre nuove esigenze del cuore umano e cristiano.

Questo è stato Pio X, il papa vostro e nostro, di tutti noi e di tutta la Chiesa. Ma non stentiamo certo a credere che egli, più che un fiore nel deserto, è il ricamo più luminoso nel tessuto di una Chiesa locale, che oggi è qui egregiamente rappresentata nel suo episcopato e nel suo presbiterio, cui non da oggi è stato istillato caratteristicamente il valore straordinario e ineffabile della dignità sacerdotale, che plasma e non mortifica la persona del prete, e anzi la vivifica aprendola a relazioni comunitarie inconfondibili perché scaturenti dalla familiarità davvero inenarrabile con i misteri della grazia.

Non solo qui, ma qui certamente s'è forgiato un tipo di prete che, vivendo in comunione continua con Dio, rimane in mezzo ai suoi fratelli e ne diviene padre, consigliere e amico, grazie alla genuinità della fede e di quell'umanesimo popolare, in cui l'incontro tra natura e grazia diventa novità della storia.

Se la terra trevigiana è stata una delle culle del movimento cattolico italiano e se in essa presero vita, nel corso dell'ultimo secolo, esperienze sociali di grande valore propulsivo nel campo della solidarietà e della cooperazione, come in quello dell'apostolato sociale, lo si deve, e non certo nella misura più ridotta, a una certa qualità del clero dalla tempra forte: educatori e pionieri, testimoni e trascinatori sulle virtù dell'essere prima che nello zelo del fare. Preti umili ed eroici, attaccatissimi alle loro comunità, suscitatori generosi e inarrestabili di protagonisti nella vocazione laicale. Voi ne avrete certo conosciute di simili querce, e il loro ricordo non potrà andare disperso, la loro testimonianza non può essere scordata.


4. Ed ecco, allora, quel che ci fa bene e c'interessa, in particolare: oggi più di ieri c'è bisogno di simili educatori che, nella fede, sappiano - come raccomanda il Concilio - "curare, per proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica secondo il Vangelo, a praticare una carità sincera e operosa, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati. Di ben poca utilità - continua il testo conciliare - saranno le cerimonie più belle o le associazioni più fiorenti, se non sono volte a educare gli uomini alla maturità cristiana" (PO 6).

Non si improvvisano cristiani adeguati a questo tempo; né viene automatico soddisfare alle esigenze di una formazione all'altezza delle attese conclamate. Dovranno forse andar deluse tante richieste giovanili, tanti desideri di bene, tanta disponibilità sincera e insistente? Oh, davvero, guai a noi se dovesse succedere. La gravità dei compiti, la delicatezza delle situazioni, la stanchezza inerente al moltiplicarsi degli impegni potrebbero indurre a qualche scoraggiamento. Ma non si può disertare. Se venissero meno i sacerdoti, o se i sacerdoti attenuassero la loro identità e la loro missione, allora certo si preparerebbero momenti preoccupanti non solo per la Chiesa, ma anche per la società civile.

Tocca a voi non tralasciare, con i necessari aggiornamenti e adattamenti, la direzione di un cammino antico, eppure collaudato e modernissimo. Non ci si può ridurre a esperimenti sporadici o a improvvisazioni estemporanee: il laicato oggi è esigente e i giovani lo sono ancor più. Senza considerare che alcune volte essi stessi non sanno più bene che cosa davvero cercare e sperare. Ma proprio per questo vogliate proporvi insistentemente, umilmente, irrinunciabilmente, di stimolo: "apostolica vivendi forma".


5. San Pio X in tutto l'arco della sua lunga testimonianza ecclesiale - come parroco, vescovo, papa - si adopero in ogni modo per vivere e realizzare nella propria esistenza tale "apostolica vivendi forma", cioè l'autentica identità del proprio sacerdozio, e per esortare i presbiteri a una vita esemplare, secondo le esigenze della loro altissima missione. Insigne e straordinaria testimonianza di tale ansia e di tale amore per il sacerdozio e per i sacerdoti è l'esortazione, che egli indirizzo a tutto il clero del mondo il 4 agosto 1908, in occasione del 50° anniversario della propria ordinazione presbiterale: si tratta di un documento, che è come lo specchio della sua grande ricchezza soprannaturale, della sua personale esperienza sacerdotale, del suo interiore itinerario nella via della santità. Non si possono leggere senza emozione le parole che, verso la conclusione, egli rivolge ai confratelli nel sacerdozio: "Voi tutti, ovunque siate, vedete quale momento attraversa la Chiesa per un disegno misterioso di Dio.

Rendetevi dunque conto che avete il sacro dovere di prestarle assistenza e aiuto nelle sue strettezze, dopo che essa vi ha onorati di una dignità così insigne. Ora più che mai urge che il clero rifulga di virtù più che mediocre, esemplarmente illibata, viva, operosa, pronta più che mai ad agire e a soffrire con fortezza per Cristo. Questa è la nostra più ardente preghiera e il voto più vivo dell'animo nostro per tutti e per ciascuno" ("Haerent Animo", Pii X Pont. Max. Acta, IV, 259).

Questo pressante "invito alla santità sacerdotale" da parte del grande santo Papa, accogliamolo con piena disponibilità oggi, in questi luoghi che egli edifico spiritualmente con la sua esemplare vita, tutta dedita alla gloria di Dio e al bene delle anime. Accoglietelo, con particolare fervore, voi, sacerdoti e religiosi della diocesi di Treviso, che mesi fa vi siete raccolti in preghiera attorno al vostro pastore, monsignor Antonio Mistrorigo, in occasione del 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale e del 30° di episcopato.

La gioia della fedeltà e della fraternità sacerdotale conforti ogni vostra impresa nell'apostolato, e san Pio X protegga il lavoro che con tanto zelo voi svolgete per l'avvento del regno di Cristo.

Di cuore imparto la benedizione apostolica a voi qui presenti, ai vostri confratelli che compiono il loro ministero nelle quindici parrocchie, che la diocesi di Treviso sostiene in Europa, in Africa, in America Latina, a Roma; e benedico anche tutti i vostri fedeli e le persone che vi sono particolarmente care! Amen!

Sabato, 15 Giugno 1985

 

Fonte: clerus.org 

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