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Pio X, un trevigiano sul soglio di Pietro, tra storia e storie (4 di 6)

 

 

415861779 99e95b371bSalzano, la parrocchia dove si sperimentarono le riforme della Chiesa del XX secolo

Tra le parrocchie messe a concorso nel 1867 quella di Salzano è la più prestigiosa: ed è vinta dal sacerdote migliore. Iniziò il suo servizio come parroco di Salzano il 13 luglio 1867, sabato. Dopo 3.059 giorni, il 26 novembre 1875 lasciò la parrocchia: è l’unico papa della Storia della Chiesa che abbia esercitato le mansioni di parroco. Ebbe anche grande attenzione per Robegano, la frazione del Comune di Salzano, tanto che scrisse in merito ad essa «per la quale bisogna pensare a tutto» (23 dicembre 1867).

A Salzano si distinse per significativi esperimenti sociali e pastorali: è il «paradigma di Salzano», che ripeterà in seguito, ad ogni promozione ed assunzione di responsabilità sempre maggiore.

Portò con sé le sorelle nubili per i servizi di casa, ma non pretese per loro né per i parenti acquisiti un’attenzione particolare: non fu un parroco «nepotista», come non lo fu mai nella sua vita. Il nipote mons. G. B. Parolin (1870- 1935) ebbe riconoscimenti onorifici solo dopo la morte dello zio che, anche da papa, non volle mai che ricevesse attenzioni di favore indipendentemente dalle sue reali abilità e competenze.

Strinse amicizia col pittore Pietro Nordio (1809-1890), al quale commissionò diverse pale e quadri.

Cercò di sanare la piaga dell’analfabetismo con corsi serali (come faceva a Tombolo), con speciale riguardo alle donne, in quanto contribuì ad istituire la scuola femminile (a Salzano nel 1868 e a Robegano nel 1872).

Sempre sul fronte dell’emancipazione femminile, instaurò un dialogo con la famiglia israelita Romanin-Jacur e favorì la fondazione dell’industria della seta (1872), che diede lavoro a 250 donne fra il 1872 ed il 1953 circa.

Diventò pure direttore e sopraintendente delle scuole comunali (1869).

Fin dal primo momento di ministero fu designato presidente della Congregazione di carità (1867) ed attuò la Legge 3 agosto 1862, n.753, sulle Opere Pie.

Divenne terziario francescano (1870).

Non è noto in quale epoca, ma scrisse un suo catechismo: è il cosiddetto “Catechismo di Salzano”, un catechismo a domanda e risposta, con 577 questioni da imparare a memoria.

È il prototipo del “Catechismo di San Pio X” (1905-12), esteso poi a tutta la Chiesa cattolica ed usato fino al Concilio Vaticano II.

Mons. Giuseppe Badini (1915-1995) scrisse: «È biblico. Più di un terzo delle domande-risposte è riservato alla lettura della Sacra Scrittura, particolarmente del Vangelo [...]. Il Sarto introduce la Bibbia in modo spontaneo ed immediato: è quasi un rapporto generazionale tra ‘parola di Dio’ e catechesi. Ne risulta un catechismo che assomiglia in modo sorprendente a quello della CEI».

A Salzano c’è ancora una parte catechetica inedita, come i «dialoghi» delle «dispute» recitate in chiesa. C’è stato pure il catechismo (406 domande e risposte) del cappellano don Giuseppe Menegazzi (1840-1917), inedito, che ora si trova a Roma, nell’Archivio dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù a Roma.

L’attività catechistica e catechetica di don G. Sarto, Pio X, è già stata oggetto di varie indagini specifiche: dopo il primo annuncio di mons. Francesco Tonolo nel 1954, sono da citare almeno Giuseppe Badini (1974), Marcello Bartolucci (1976), Silvio Tramontin (1986) e, soprattutto, Luciano Nordera (1988).

Ai tempi in cui don Sarto fu parroco di Salzano (1867-1875), non era ancora iniziato quel peculiare movimento catechistico che porterà al rinnovamento della catechesi a partire dalle ultime due decadi dell’Ottocento.

La catechesi era solo “catechismo”, termine unico utilizzato per indicare l’incontro catechistico, ciò che veniva insegnato e il libretto utilizzato: quest’ultimo era una summa teologica in sintesi, era la “dottrina”, tanto che si diceva che si andava alla “dottrina”, con il libretto intitolato “dottrina”.

La “dottrina” era esposta a domande/risposte da imparare a memoria, ed era proposta con una metodologia molto rudimentale che non rifuggiva dal sistema premio, costrizione, punizione, portato avanti anche (se si fosse presentato il caso) con l’aiuto della forza pubblica.

Catechista per eccellenza, anche se non esclusivo, era il parroco.

Un’attenta analisi del manoscritto di don Sarto dimostra un notevole tentativo di ridire in termini più accessibili tutte le verità formulate con linguaggio teologico dalla Dottrina diocesana: le risposte sono brevi, il linguaggio è certamente alla portata dei catechizzandi e addirittura familiare e popolaresco, attento alla vita del ragazzo, capace di suscitare la sua attenzione anche perché nutrito di una interpretazione letterale della Bibbia, atta già di per sé a sollecitare la curiosità dei semplici. E non mancano inviti al bambino di trovare da sé la risposta, come se fosse in auge una specie di arte maieutica socratica.

Altro aspetto per cui è universalmente nota l’azione pastorale di don Giuseppe Sarto a Salzano è quello dell’ammissione all’eucaristia dei fanciulli in giovanissima età, proprio appena erano capaci di distinguere la differenza fra il pane-cibo quotidiano ed il pane-cibo spirituale: anticipò tale ammissione all’età di 8-9 anni, mentre era in uso pressoché generalizzato un avvicinamento alla mensa eucaristica intorno ai 12-14 anni.

Iniziò la pia pratica delle 40 Ore durante la Settimana Santa (1869), tuttora funzionante.

Liturgia e musica sacra erano per il giovane parroco di Salzano momenti di grande intensità e indissolubilmente legati tra loro: restaurò l’organo settecentesco del Moscatelli, ampliato dai Fratelli Bazzani (9 novembre 1867), e nell’inverno 1868 istituì una scuola serale di canto. La notorietà acquisita dal giovane sacerdote in ambito musicale era apprezzabilmente alta, certamente di livello ultradiocesano: fu invitato a partecipare nel 1874 al 1° Congresso dei cattolici italiani, tenuto a Venezia nel 1874 (12-16 giugno), ma non vi prese parte.

L’attività pastorale sul versante mariano si realizzò soprattutto nei confronti della Madonna del Carmine, onorata sotto il nome locale di Madonna della Roata, istituì la pia pratica del mese di maggio (1869) che prima non esisteva, ed onorò la Madonna Immacolata Vergine commissionando una pala d’altare nell’oratorio posto in località Castelliviero.

Contribuì ad aumentare il culto di S. Antonio di Padova, di S. Luigi e di S. Valentino con la pala commissionata nel 1870 al pittore veneziano Pietro Nordio.

Si trovò subito a rivendicare alla sua nuova parrocchia il lascito del suo predecessore, don Antonio Bosa (1804-1867), che riuscì a trasformare nella Pia Opera Bosa, con un pensiero particolare dedicato alle giovani maritande di onorato costume, ai giovani ed al lavoro dei giovani (1872-74).

Sul fronte degli anziani e della sanità pubblica, potenziò il locale ospedale civile (uno dei pochi della provincia di Venezia, chiuso per ragioni finanziarie nel 1883) e la annessa casa di ricovero per anziani, fondati da don Antonio Bosa nel 1855 in seguito al lascito di don Vittorio Allegri (1791-1835), parroco di Salzano dal 28 aprile 1791 al 24 ottobre 1825, dotandoli pure di adeguata normativa (statuto e regolamento interno).

Curò in modo particolare l’unione del paese, frazionato dal punto di vista civile ed amministrativo fin dai tempi della plurisecolare dominazione della Serenissima Repubblica veneta, che permanevano ancora vive.

Con le tematiche giuridiche ebbe i primi contatti proprio a Salzano, quando si trovò, giovane prete 32-enne, ad affrontare non solo un processo, ma anche schermaglie quotidiane sul fronte del passaggio dalla legislazione austriaca a quella italiana dopo la terza guerra di indipendenza (20 giugno-12 agosto 1866) ed il plebiscito di annessione del Veneto al regno d’Italia (21-22 ottobre 1866).

Del periodo salzanese i testimoni ai processi diocesano e apostolico ricordarono soprattutto la carità che era solito fare a qualsiasi indigente si rivolgesse a lui e l’abnegazione dimostrata durante l’epidemia di colera del 1873.

Infatti, il colera aggredì nel 1873 (come già nel 1836, nel 1847 e nel 1855) il comune e la parrocchia di Salzano. Il parroco si impegnò in prima persona, con sprezzo della sua vita. Tracce significative della sua partecipazione al dramma che aveva coinvolto i suoi parrocchiani si ritrovano nei registri parrocchiali dei morti. Il momento più alto del coinvolgimento emerge dalla lettura degli atti di morte di due giovani sposi, Vittorio Gambaro e Bottacin Giuditta, rispettivamente di 21 e 20 anni. Il Gambaro morì di colera, ed il suo decesso fu registrato negli atti parrocchiali. Poche ore dopo però morì anche la giovanissima moglie.

Così il parroco consegnò ai posteri l’accaduto, con un messaggio di fede e di speranza:

“Povera sposa. assistendo indefessa al letto del marito GambaroVittorio contrasse il morbo che in sole 5 ore la fé raggiungere lo sposo. E così quei che l’amore fé uniti in vita et in morte non sunt divisi. Sit perpetua animabus benedictis requies”.

Assolutamente importante è il registro dei defunti del periodo salzanese, nei quali il parroco Sarto annota nomi, cognomi e soprannomi, aggiungendo in molti casi annotazioni particolarmente intense e commoventi, come quella citata.

 

 

 

segue parti 5 e 6

 


Fonte: Quirino Bortolato, in «Atti e memorie dell'Ateneo di Treviso, anno accademico 2013/14», relazione tenuta il 24/1/2014.

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