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Approvo

San Pio X, patriarca di Venezia

 

 

Ingresso Cardinal Sarto a VeneziaQuando dopo parecchi mesi dalla sua nomina, appianata la questione dell'exaequatur regio, il card. Giuseppe Sarto, prendeva finalmente possesso della cattedra patriarcale, il 24 novembre 1894, nella sua prima omelia in San Marco così si presentò ai veneziani:

"Io, dunque, vi amo: da questo momento vi amo tutti. Vi amo, ma non di un amore terreno, ma di un amore forte e celeste, che mira specialmente a promuovere il bene delle anime vostre. Anche se non vi ho mai veduto, tutti io vi porto già nel mio cuore. Parroci, clero, magistrati, nobili, facoltosi, figli del popolo e poverelli, voi siete la mia famiglia; voi siete il mio cuore ed il mio amore e da voi altro non desidero che corrispondenza di affetto. Io bramo che voi, amandomi, possiate dire con tutta la sincerità dell'anima: 'Il nostro Patriarca è un uomo di rette intenzioni, il quale non vuole mezzi termini, tiene alta la bandiera incontaminata del Vicario di Cristo e non mira ad altro che a sostenere e a difendere la verità e a fare del bene'. Che se un giorno io dovessi venir meno a questo programma che ora qui solennemente vi esprimo, Dio piuttosto mi faccia prima morire".

Questo era stato del resto il suo programma anche come cappellano a Tombolo (1858 - 1867), parroco a Salzano (1867 - 1875), direttore spirituale del seminario e cancelliere vescovile a Treviso (1875 - 1884), e infine vescovo di Mantova (1885 - 1894): amare tutti, promuovere il bene delle anime, difendere la verità. E tutti questi ministeri Io avevano preparato al governo del patriarcato.

 

La carità

Poiché poi quelle che aveva pronunciato non restassero soltanto parole, il che del resto non rientrava nelle sue abitudini, iniziò nei giorni immediatamente successivi al suo ingresso le visite agli ospedali, alle carceri, al brefotrofio, al ricovero di mendicità, portandovi non solo il conforto della sua presenza, anche segni tangibili della sua carità.

"Il lavoro è gioia, gloria la fatica. Se questa operosità si ammira quando il vescovo pontifica all'altare, quando predica, quando istruisce, quando conferma - aveva detto sempre nella sua prima omelia in San Marco - essa però non appare giammai così sublime come allorché il vescovo scende in mezzo al popolo, si accomuna coi più abbandonati dei suoi figli e porta il suo braccio, la sua mano, la sua parola di pace e di amore in mezzo ai poveri ed ai miseri. I tesori del vescovo furono detti tesori dei poveri - aveva poi aggiunto. Ma poiché ora questi tesori sono esausti ed il vescovo è divenuto impotente a soccorrere le miserie, quale dolore per il suo cuore sapere che vi sono tanti che piangono, tante vedove, tanti orfanelli che si spengono d'inedia! O ricchi, aiutate il vostro patriarca a fare la carità".

Quelle visite furono poi ripetute diverse volte fino ad arrivare ad episodi commoventi, come quando nel settembre del 1900 per ben tre giorni consecutivi volle egli stesso confessare i carcerati o quando, saputo che trenta degenti dell'ospedale militare avevano rifiutato la comunione pasquale, egli stesso vi si recò e parlò con accenti così fervidi che anch'essi alla fine si confessarono e vollero farlo proprio con lui. Le testimonianze dei processi di beatificazione ricordano anche diversi fatti riferentesi alla sua carità e come tra l'altro egli fosse costretto a domandare dei prestiti perché l'assegno della mensa patriarcale, che riscuoteva ogni tre mesi, era finito già tutto nelle mani dei poveri.

La carità doveva permeare tutta la sua vita ed esserne l'anima, ma come vescovo doveva pure pensare ad incrementare la vita religiosa dei suoi diocesani. Concepì a tal fine quello che oggi potremo chiamare un piano pastorale basato essenzialmente su questi punti: formazione ed aggiornamento del clero, dottrina cristiana e predicazione, liturgia, azione cattolica e movimento economico sociale, stampa.

 

La formazione del clero

Una delle sue prime preoccupazioni fu infatti il seminario. Dettò di suo pugno un nuovo regolamento disciplinare con cui soppresse tra l'altro il convitto per gli alunni non chiamati alla vita sacerdotale, affinché la formazione dei chierici potesse essere più qualificata, rinnovò quasi completamente il collegio dei professori cercando di inserirvi uomini capaci e dotati, aggiunse nuovi insegnamenti come quelli di scienze economiche-sociali e di archeologia cristiana, istituì una scuola giuridico-canonica con facoltà di conferire i gradi accademici e promosse pure delle conferenze di aggiornamento nelle principali scienze teologiche. Amava poi recarsi spesso in seminario e intrattenersi con i chierici per conoscerli sempre meglio ed accattivarsi nello stesso tempo la loro simpatia. Più di una volta predicò ad essi gli esercizi spirituali. Voleva che anche in tal modo aderissero al loro vescovo e, attraverso esso, al papa.

Per i sacerdoti rinnovò in forme più moderne l'abituale pratica dei casi di morale, istituì il ritiro mensile da lui predicato e intervenne sempre, per dare il buon esempio, al corso diocesano annuale di esercizi spirituali. Con il clero insisteva soprattutto sull'istruzione cristiana, la celebrazione della liturgia e l'organizzazione del movimento cattolico perché attraverso questi mezzi rifluisse nei fedeli quella fede e quella spiritualità che voleva irrobustire in loro.

Più che sulla predicazione insistette sulla dottrina cristiana per i fanciulli e gli adulti. Neppur due mesi dopo la sua venuta a Venezia, scriveva in una lettera al clero:

"Si predica troppo e si istruisce troppo poco. Si mettano da parte quei discorsi fioriti e si predichi al popolo piamente e semplicemente le verità della fede, i precetti della Chiesa, gli insegnamenti del Vangelo, le virtù ed i vizii, perché avviene spesso che le stesse persone colte nelle scienze profane ignorino affatto o male conoscano le verità della fede e sappiano del Catechismo assai meno dei fanciulli più idioti. Si pensi al bene delle anime più che all'impressione che si pretende di fare. Il popolo è assetato di verità: si dica a lui ciò di cui abbisogna per la salvezza della sua anima; e allora, istruito nel suo stesso linguaggio, penetrato e commosso, piangerà i suoi falli e si accosterà ai sacramenti divini".

In conseguenza ai principi esposti cercò che la predicazione, forse anche troppo abbondante allora, fosse una vera e propria istruzione religiosa, dandone egli per primo l'esempio nelle sue prediche e soprattutto badò a che si riorganizzassero le scuole parrocchiali della dottrina cristiana, insistendo in modo particolare sul catechismo domenicale agli adulti. I sacerdoti veneziani seguirono le direttive del loro vescovo e le testimonianze dei processi canonici sono concordi nel constatare un immediato e consolantissimo rifiorire di fede e di costumi veramente cristiani in conseguenza di ciò.

 

La liturgia

Accanto alla formazione del popolo alla vita cristiana attraverso la catechesi e come espressione di essa, il card. Sarto volle che i preti della sua diocesi dedicassero cure particolari alle celebrazioni liturgiche sia quelle usuali, sia quelle più solenni. E vide nella riforma della musica sacra uno dei mezzi più efficaci per rendere partecipata e goduta la liturgia. Fu il primo tra i vescovi italiani ad occuparsi del problema ed il primo maggio 1895 scrisse in proposito quella lettera, che formerà poi la base del Motu proprio emanato nel 1903, diventato egli pontefice.

"La musica sacra - vi si poteva leggere - per la stretta unione che ha con la liturgia e con il testo liturgico deve partecipare in grado sommo delle qualità che sono proprie di esso: santità, bontà dell'arte, universalità. La Chiesa ha costantemente condannato tutto ciò che nella musica è leggero, volgare, triviale, ridicolo; tutto ciò che è profano e teatrale, sia nella forma della composizione, sia nel modo con cui essa viene proposta dagli esecutori (...). Essa ha fatto sempre valere nelle sue musiche le ragioni dell'arte vera, per cui ha meritato sommamente della civiltà (...). Per ultimo la Chiesa ha avuto costante riguardo alla universalità della musica da essa prescritta in forza di quel principio tradizionale che come una è la legge del credere, così sia una la forma della preghiera e, per quanto possibile, la norma del canto".

Questi principii volle fossero anzitutto applicati alla cappella marciana, alla cui direzione chiamò don Lorenzo Perosi, al seminario, dove istituì una scuola di canto gregoriano, alle singole parrocchie, spingendo i sacerdoti alla costituzione di una schola cantorum che eseguisse canti gregoriani, buona polifonia, e semplici composizioni per il popolo. Di queste ultime si dilettava egli stesso già da chierico nel seminario di Padova e don Zaggia ne ha pubblicati recentemente alcuni saggi dai manoscritti custoditi nel seminario di Venezia. A chi poi obiettava che il popolo non gustava più quei canti e che c'era il pericolo che disertasse le funzioni liturgiche perché non udiva più le musiche che gli piacevano osservava:

"Il solo piacere non è mai stato il retto criterio per giudicare delle cose sacre e il popolo non deve essere secondato nelle cose non buone, ma educato e istruito. Io dirò - concludeva il patriarca - che troppo si abusa di questa parola popolo, il quale si dimostra nel fatto ben più serio e devoto di quel che d'ordinario si crede, gusta le musiche sacre, né lascia di frequentare le chiese dove quelle s'eseguiscono".

D'altra parte la riforma della musica sacra avrebbe dovuto non solo rendere più seria la celebrazione liturgica, ma anche farvi partecipare sempre di più il popolo.

"Io me le immagino qualche volta - aveva scritto al suo amico vescovo di Padova, il veneziano mons. Callegari - mille voci che cantano in una chiesa di campagna la Messa degli angeli o i Salmi dei vesperi corali e sono rapito, come mi eccitano sempre alla pietà e alla divozione i canti del popolo nel Tantum Ergo, nel Te Deum e nelle litanie e li preferisco alle musiche polifoniche che non siano ben condotte".

 

L'Azione Cattolica

Un altro campo in cui il card. Sarto volle impegnare i suoi sacerdoti fu quello dell'azione cattolica.

"Io non so concepire - disse nel 1895 ai convenuti per la decima adunanza regionale veneta dell'Opera dei Congressi - un parroco che non abbia costituito ancora nella sua parrocchia il Comitato parrocchiale, non solo perché disobbedisce ai comandi precisi del Santo Padre, ma perché si priva di un valido aiuto, senza del quale non può compiere molte opere del suo ministero o queste restano infruttuose".

E continuò incitando i presenti al lavoro:

"Una sola parola per raccomandarvi una sola cosa: l'azione. Non molti discorsi, perché le chiacchiere sono da lasciarsi agli uomini della politica: a noi i fatti. I membri dei Comitati parrocchiali devono essere i collaboratori del parroco, coadiuvandolo in tutte le opere dello zelo sacerdotale, nell'insegnare la dottrina cristiana, nel bene dirigere i patronati, nel riportare la pace nelle famiglie, in modo che il Vicario di Cristo possa validamente contare sul popolo nella difesa dei suoi diritti, senza di cui non vi può essere alcun bene, né religioso, né morale. E sopra tutto disciplina, obbedienza, abnegazione. Lavorare ma senza mire temporali, senza interessi privati, senza ambizioni personali, dimostrando una condotta irreprensibile nei nostri doveri verso Dio, verso il prossimo, verso noi stessi".

L'Opera dei Congressi, che aveva allora a Venezia la sua direzione nazionale, godette sempre la sua stima e lo dimostrarono la difesa di Paganuzzi dagli attacchi del Murri nel 1902 e il suo intervento quando la crisi si insinuò nel 1900 nello stesso Comitato diocesano locale.

Comitati parrocchiali e sezioni giovani furono oggetto delle sue cure più assidue, presente sempre con la sua parola incitatrice, il suo appoggio e il suo aiuto ad ogni convegno di uomini o di giovani. Né trascurò di appoggiare il movimento economico sociale. Durante il suo governo pastorale sorsero a Venezia ben 15 casse operaie e alcune interparrocchiali, sulle 30 parrocchie della città, diverse società di mutuo soccorso, il Banco Cattolico San Marco, il segretariato del popolo. Appoggiò sempre i più deboli, in modo particolare la scuola dei merletti di Burano (oggi denominata cooperativa Pio X) e nell'agosto del 1901 intervenne personalmente a sedare uno sciopero di 2.000 tabacchine ottenendo dai datori di lavoro la concessione di buona parte delle loro rivendicazioni. Resta pure degno di nota in proposito il discorso da lui tenuto nel 1896 a Padova al secondo congresso dell'Unione cattolica per gli studi sociali.

Comprese anche la grande importanza della stampa cattolica e perciò sostenne il quotidiano cattolico veneziano La Difesa. Quando le condizioni economiche del giornale erano gravi giunse a dire:

"Se altro non avrò da dare, darò il mio anello, darò la mia croce. Me ne basterà una di metallo. Darò anche questa veste rossa: darò fondo a tutto, ma voglio che il giornale viva".

E al suo nuovo direttore mons. Ferdinando Apollonio, succeduto al padre Zocchi, che taluno pensava richiamato a Roma per desiderio del patriarca che vedeva compromessa l'alleanza dei cattolici coi moderati dall'intransigenza del gesuita, così scriveva:

"Sono intimamente convinto della necessità del giornale cattolico, che, valido coadiutore del sacerdozio, compie nelle famiglie la predicazione evangelica, supplisce per quelli che non possono ascoltarla e con lavoro di continua riparazione si studia di guarire le ferite impresse alla fede e al costume dai fogli sovversivi e corruttori".

 

Visita pastorale e Sinodo diocesano

Per compiere questo suo programma apostolico si servì anche di due validi strumenti tradizionali nella figura del vescovo: la visita pastorale e il sinodo diocesano. La prima la iniziò a pochi mesi dalla sua entrata in diocesi nel maggio del 1895.

"Verrò a voi per ricordarvi - così scriveva nella lettera di indizione - che Gesù Cristo, autore e consumatore della fede, quale fu ieri, tale è oggi e il medesimo sarà sempre per tutti secoli (...); per confermare che Dio diede alla rivelazione fatta da lui il suggello d'una perpetua immutabilità, per cui l'ingegno umano non potrà mai togliere od aggiungere a ciò che Cristo ha dettato".

"Propagare la sana dottrina e difenderla dagli errori che la combattono; mantenere il buon costume contro la corruzione del vizio; infiammare con le esortazioni e gli ammonimenti i cuori alla religione e alla pace": questi dovevano essere le finalità di quell'atto del suo ministero.

E osservava nella stessa lettera:

"Quanto bisogno di far rivivere la fede in questo tempo, in cui si vogliono richiamare ad esame i misteri della nostra credenza; si pretende dimostrazione là dove Cristo domanda sottomissione d'intelletto; si revocano in dubbio le profezie più avverate, si negano i miracoli più manifesti; si rigettano i sacramenti; si deridono le pratiche di pietà; si disprezza il magistero della Chiesa".

Purtroppo non abbiamo più nell'archivio della curia di Venezia gli atti di quella visita pastorale, ma la stampa cattolica di allora e le testimonianze dei processi canonici ci riferiscono il suo zelo nel compiere un ufficio così importante, la sua cura particolare per la predicazione e la dottrina cristiana, il suo amore ai poveri e agli ammalati delle singole parrocchie.

Tre anni dopo, nel 1898, celebrò il sinodo diocesano. Esso riassume tutte le sue preoccupazioni pastorali (formazione e cultura del clero, azione cattolica, dottrina cristiana, stampa), e le codifica anche nei minimi particolari, fedele alla tradizione e aperto alle innovazioni. I discorsi poi rivolti in quella circostanza dal patriarca al clero, redatto nel dotto latino da lui appreso nel seminario patavino, sono un capolavoro di scienza pastorale e di ascesi sacerdotale.

 

Ricorrenze e celebrazioni

Nei suoi pochi anni di permanenza a Venezia (1894-1903) il card. Sarto ebbe anche a celebrare alcuni avvenimenti storici che gli diedero occasione di manifestare i suoi sentimenti alla popolazione. Prima in ordine cronologico fu l'ottavo centenario della consacrazione della basilica di san Marco (8 ottobre 1894), ritardato il 25 aprile dell'anno successivo, data la vacanza della sede. In quell'occasione pronunciò una nobilissima omelia in cui affermò tra l'altro:

"Venezia fu grande finché ebbe Dio con sé (...). Era nobile fierezza quella che spingeva i magistrati veneti a proclamarsi cristiani non soltanto tra le domestiche pareti, ma anche e sopra tutto in pubblico. Erano tempi quelli nei quali la politica non misurava gli inchini da farsi a Dio. Ma appunto per questo l'autorità era rispettata, e con l'autorità, la patria. La libertà c'era allora, ma non la libertà che è licenza, e però tirannia, perché dove non vi è maestro, tutti sono maestri e una nazione senza maestro è una nazione di schiavi. Povero popolo! A lusingarti ti hanno detto sovrano; ma, fatto sgabello nella polvere ai sobillatori che volevano innalzarsi sopra le tue rovine, ti sei, logicamente, ribellato. Obbedire a Dio, non vuol dire essere servo, perché si obbedisce a Dio che è Padre, e noi suoi figli, e appunto essere figli vuol dire essere liberi (...).

Con Dio Venezia sciolse la questione sociale, cosi come aveva sciolta la questione politica con un'organizzazione potente tra capitale e lavoro, perché allora l'eguaglianza, la fratellanza e la libertà esistevano. Regnava allora sovrana la carità, ma non quella che segna il povero con il marchio dell'abbiezione e vorrebbe rinchiuderlo in un domicilio coatto.

E c'era giustizia: giustizia per tutti, anche per chi sta in alto. La Scala dei Giganti narra parecchi episodi solenni di questa giustizia che rendeva Venezia così sicura e rispettata in Europa tanto che accorrevano nei suoi porti, come ad un asilo di pace, le navi dei popoli più differenti ed avversi (...). Se Venezia si fosse conservata sempre fedele al suo Dio!".

E così concludeva:

"Nella stessa sua giustizia Dio fu con Venezia larghissimo di misericordia. È misericordia di Dio se Venezia non è stata ridotta alla condizione di Aquileia e di Torcello, che non sono che un nome. Questa misericordia di Dio starà su Venezia anche per l'avvenire se essa vorrà conservarsi fedele alla sua tradizione e alla sua gloria: la fede".

Certo la visione storica del patriarca non corrispondeva alla realtà e più di un appunto si sarebbe potuto fare ad essa, ma egli intendeva solo esemplificare alcune idee e richiamare alcuni principii. E ci sembra che essi fossero gli stessi che qualche mese dopo portarono alla sconfitta dei radicali e al trionfo dei clerico-moderati nella amministrazione comunale della città. Si è tanto discusso su questo che fu uno dei primi esperimenti di presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana in unione ai moderati e che preparò successive estensioni del principio sul piano nazionale. E si potrà discuterne ancora.

Ci basti qui ricordare come la Giunta Grimani che fu il risultato di quella combinazione resse per più di 20 anni la città e ripristinò il catechismo nelle scuole elementari, il crocefisso negli ospedali, le feste votive così care al cuore dei veneziani e promosse il bene di Venezia in vari campi. Ricorderemo ancora come proprio il Sarto qualche mese dopo scriveva ad un parroco mantovano riguardo ad analoghe disposizioni della Santa Sede che sembravano deflettere da una tipica precedente intransigenza:

"So anch'io che per questo qualcheduno ci dirà senza carattere ed in lega con i moderati, ma noi dobbiamo seguire le istruzioni del Maestro [si trattava di un decreto della Penitenzieria sulle celebrazioni del 20 settembre più largo del solito] e per quanto fossero contrarie alle convinzioni nostre, l'obbligo dei figli è l'obbedienza al Padre Santo".

E ci piace concludere ricordando come lo stesso patriarca al Santo Padre che forse pensava un po' prematura la cosa abbia risposto a proposito dei liberali veneziani:

"Sono dei liberali che a Pasqua si accostano pubblicamente ai sacramenti e non solo a Pasqua: che la domenica ascoltano la santa messa; che non mancano mai ad una festa votiva della città; che alla processione del Corpus Domini non si vergognano di portare l'asta del baldacchino" (il fatto e le parole sono riferiti da alcuni testimoni nei processi canonici).

Certo questi episodi e queste osservazioni non bastano a risolvere la questione, ma possono farci capire e la particolare situazione di Venezia e quante riflessioni sia costata al patriarca la sua decisione e i motivi profondamente religiosi che la determinarono.

Le stesse note e gli stessi motivi li troviamo anche nella solenne celebrazione del congresso eucaristico italiano del 1897 che tra l'altro era stato indetto a Venezia per riparare una profanazione sacrilega delle sacre specie avvenuta agli Scalzi. Ecco come il patriarca li ricordava nel suo discorso:

"Se pertanto Napoli, Torino, Milano ed Orvieto l'una dopo l'altra si sono associate in omaggio di adorazione al Santissimo Sacramento, Venezia, che ricorda con nobile orgoglio le opere insigni dei Sagredo, dei Giustiniani, degli Orseolo, degli Emiliani, dei Barbarigo (i suoi santi) come quelle dei Cornaro, dei Morosini, dei Mocenigo, dei Dandolo (dogi e patrizi insigni), Venezia perché ricorda con questi nomi le feste grandiose della sua fede non vuole mancare alla splendida vocazione delle città sorelle, ma per quanto è possibile vuole gareggiare con esse nell'onorare Gesù in sacramento, pregando per la desiderata conversione di coloro che, sebbene avversari, pur ci sono fratelli, chiamati anch'essi a far parte di quel regno che sfida le guerre degli uomini e la mano distruggitrice del tempo".

E ancora:

"E proprio perché questo grido Nolumus hunc regnare super nos si è sentito anche nella nostra povera Italia, a cui Gesù Cristo morente rivolse amoroso lo sguardo, stabilendola terra della sua elezione, e perché in mezzo alla società si vorrebbe trattare Gesù come uno sconosciuto, si è sentito il bisogno di radunare i cattolici attorno al tabernacolo, perché ravvivino nel loro cuore la fede e da questi nuovi cenacoli si diffonda di nuovo il fuoco della carità che Gesù ha portato nel mondo. Questo solo pertanto è lo scopo dei congressi eucaristici: fare atto di ossequio a Gesù in sacramento per gl'insulti che l'oltraggiano e concorrere perché il suo pensiero sia nelle nostre intelligenze, la sua morale nei costumi, la sua verità nelle istituzioni, la sua giustizia nelle leggi, il suo culto nella religione, la sua vita nella nostra vita".

L'instaurare omnia in Christo, motto del suo pontificato, è già presente in questo discorso veneziano.

 

Pastorali e lettere

Abbiamo qui voluto spesso citare brani dei suoi discorsi e delle sue pastorali (tra queste avremmo potuto ricordare ancora quella del 1901 sulla bestemmia e sulla santificazione della festa e quella del 1902 in occasione di una ennesima proposta di legge sul divorzio) proprio perché anche da queste trasparisse la sua anima profondamente religiosa. A proposito della sua eloquenza ricordiamo quanto scriveva La Difesa dopo la sua prima omelia:

"Il nostro patriarca ha, se così possiamo esprimerci, la magia della parola apostolica, penetrante, convincente, soggiogatrice. Senza nessuna di quelle raffinatezze, onde troppe volte si ottiene l'effetto di piacere, ma non l'affetto che scalda e muove. Il nostro Patriarca, appena cominciato a parlare, ha già di primo tratto guadagnato l'attenzione e la simpatia di tutti".

E ci sembra opportuno, a capirne sempre di più l'anima, citare ancora qualche frase di qualche sua lettera del periodo veneziano. Nel 1895 scriveva a don Agnoletti, sacerdote trevisano:

"Per quest'anno e probabilmente per molti di seguito, se tanti me ne darà il Signore, la mia villa sarà il palazzo patriarcale, anche per mostrare ai veneziani, che si può vivere senza andare in campagna".

E nel 1897 ai redattori de La Difesa:

"Se è penosa e qualche volta irritante la lotta contro coloro che chiudono a bella posta gli occhi per non vedere il sole che li illumina, è pure dolce il combattere per una causa che, per quanto disconosciuta e contraddetta, è quella di Dio e della Chiesa".

Più note perché d'importanza storica sono quella del 1898 al Paganuzzi dopo le persecuzioni governative contro i cattolici e quella del 1902 al Saccardo in difesa del Paganuzzi dopo il famoso articolo di Murri sul crollo di Venezia, ma ci piace ricordare piuttosto quella del 1900 al dottor Carlo Candiani a cui chiedeva un prestito del Banco San Marco per salvare la situazione finanziaria di uno spretato concludendo: "E se non lo pagasse? Lo soddisferà in rate il sottoscritto" o quella del 1902 al giovane vescovo di Modena, pervasa di umiltà e di carità. Valga piuttosto l'invito a leggere quelle già pubblicate e a pubblicare quelle ancora inedite.

La conclusione poi potrebbe essere tratta da uno dei suoi ultimi discorsi veneziani, quello fatto il 25 aprile 1903 in occasione della benedizione della prima pietra del ricostruendo campanile di san Marco.

"Nessuno spettacolo - esordì in quella circostanza - è così degno di ammirazione come quello di un popolo che, iniziando un'impresa, domanda a Dio la Benedizione, perché mai emerge tanto l'ingegno dell'uomo come quando si china davanti l'eterno fuoco, donde viene la luce, né le sue opere si producono con un carattere più maestoso e solenne che dopo l'invocazione della potenza suprema che le suggella e le consacra.

Io, quindi, mi congratulo con voi, o nobili rappresentanti di Venezia, che, fedeli interpreti dei veri cittadini, deliberaste che un pubblico atto religioso desse principio alla riedificazione del campanile nel giorno sacro all'evangelista san Marco, affinché Venezia, già fiorente tanti secoli sotto un tale protettore, veda aprirsi dinanzi un'era di novella prosperità. Mi congratulo con voi, che vi mostraste figli non degeneri di quei padri che, convinti della grande verità che si fabbrica indarno se alla direzione non presiede il Signore, vollero che questa città, cristiana fino dall'origine, segnasse l'epoca della sua fondazione dal giorno in cui ebbe principio il mistero dell'umana redenzione, né mai si accinsero ad alcuna impresa senza avere prima invocato sopra di essa il nome di Dio e la protezione di Maria.

Per la religione i nostri avi, uniti in un cuor solo, onorarono la patria con amore generoso, con rispetto profondo, con un sacrificio eroico, e per questi due amori, più che per il loro senso politico, compirono imprese onorate, salirono a prosperità e rinomanza. Per la religione, mentre le altre nazioni e le città stesse d'Italia gemevano sotto il giogo dei barbari, Venezia era il centro della civiltà europea, la sede del sapere e delle arti gentili, la regina dei mari, l'anello che congiungeva l'Oriente e l'Occidente in società di commerci.

Dalla religione riconobbero sempre i veneziani la fonte della loro floridezza, e perciò, mentre fu essa l'anima delle loro opere, la direttrice dei loro consigli, l'ispiratrice delle loro leggi, per ottenerne e ricambiarne i benefici erigevano templi e altari, le dedicavano asili di pietà, le consacravano istituti di utili studi, di virtù rigeneratrici di santi, e ne perpetuavano con i monumenti i gloriosi trionfi".

Ancora una volta l'amore della religione e della patria si intrecciavano nelle sue parole e ne brillavano gli ideali profondamente religiosi del suo episcopato. Poco dopo il 26 luglio partiva per il conclave. Alla stazione una grande folla. "Torni presto, Eminenza" fu il grido popolare. "Vivo o morto ritornerò" la risposta del card. Sarto.

Ma Dio lo destinava ad essere il successore di Leone XIII e il 4 agosto 1903 egli veniva eletto vicario di Cristo. Egli volle però restare ancora per un poco vescovo della città lagunare e rettore del suo seminario. Il 4 agosto 1903 così scriveva al vicario generale:

"Siccome poi per l'affetto che conservo vivissimo ai miei dilettissimi figli di Venezia ho intenzione di tenere almeno per ora l'amministrazione dell'archidiocesi, concedo a lei e al rev. mons. Pantaleo tutte le facoltà necessarie per il buon governo".

I veneziani lo considerarono poi sempre il loro patriarca e tutti i successivi contatti lo dimostrarono. Ma c'era anche la promessa del ritorno: vivo o morto.

 

Ritorno a venezia

Sembrava impossibile, ormai frustrata dagli eventi e dalle particolari condizioni storiche d'Italia la prima ipotesi, anche la realizzazione della seconda. Ma la divina provvidenza disponeva che, mutati i tempi, un altro patriarca di Venezia, il card. Roncalli, diventasse Papa Giovanni XXIII. Uno degli atti paterni verso la sua vecchia diocesi fu quello di permettere la temporanea traslazione a Venezia delle sacre spoglie. Il patriarca Urbani così ne annunciava il ritorno:

"Oggi [san Pio X] ritorna, sia pur per brevi giorni, alla Sua Venezia. Ritorna composto nella severa maestà della morte, ma circondato dalla fulgida luce dello gloria.

"Ritorna soprattutto per offrire agli umili della nostra gente la possibilità di venerare da vicino le venerate Spoglie, di pregare dinanzi alla Sua Urna, di sentire nel cuore l'eco dei Suoi santi insegnamenti e la carezza della Sua mano benedicente. Ritorna per richiamarci tutti ad una vita cristiana più consapevole, più cosciente, più coerente.

"La Sua paternità, come non è venuta meno quando la Provvidenza lo volle nel Soglio Pontificio, ma anzi si è maggiormente estesa e fatta più ardente, così dalla Gloria dei Santi continua a vigilanza, a proiezione, ad intercessione per tutti noi, che siamo della Sua gente, che custodiamo la Sua memoria, che Lo veneriamo come Patrono accanto a S. Marco Evangelista e a S. Lorenzo Giustiniani.

"Tutti S. Pio X chiama attorno alla Sua Urna: 'i vicini' e 'i lontani', i piccoli e gli adulti, i giovani e gli anziani, i poveri e i ricchi, gli incolti e i sapienti.

"Tutti, proprio tutti. Il Suo ritorno fra noi è una grazia che la misericordia del Signore offre di preferenza a chi da troppo tempo vive lontano da Dio, dalla pratica religiosa, dai sacramenti. Le preghiere e i sacrifici dei bimbi innocenti, dei fratelli infermi, delle anime a Dio consacrate, in questo periodo di 'santa Missione', vengono indirizzate a questo unico scopo: il ritorno dei fratelli attesi con tanta speranza nella casa del Padre.

"E nel cuore vi è la certezza che per l'intercessione di S. Pio X rifiorirà nelle anime la grazia e con la grazia la fede e la carità, la purezza e la concordia. E la gente Venera nel nome e nell'ausilio del suo antico Patriarca, avrà motivi nuovi per rinsaldare la sua fede religiosa; il suo costume cristiano, la sua tradizione cattolica.

"Solo così il soggiorno delle venerate Spoglie nella nostra Basilica sarà fonte di benedizione, ed auspicio di benessere per l'avvenire spirituale del nostro Patriarcato.

"Vi attendo tutti, figlioli dilettissimi, lungo il Canal Grande, e nella Piazza di S. Marco, per il primo saluto devoto e festoso al Pastore buono che ritorna nell'umiltà e nella gloria".

Venezia, e non solo Venezia, accorse all'appello del card. Urbani e fece ressa attorno alle sacre spoglie del suo antico patriarca. E furono giorni veramente indimenticabili che contribuirono a rinsaldare ancora una volta i profondi legami tra lui e la città lagunare. Venezia dimostrò di essere veramente legata al suo cardinal Sarto.

 

 

 


Nota liturgica

Iniziata il 13 febbraio 1942 la causa di beatificazione si concluse il 3 settembre 1950 con la proclamazione dell'eroismo delle virtù esercitate dal papa Pio X e il 3 giugno 1951 Giuseppe Sarto venne dichiarato Beato. La diocesi di Venezia ottenne di celebrarne la festa il 3 settembre, inserendola nel calendario particolare. Il 31 maggio 1954 fu poi canonizzato e la sua festa estesa a tutto il mondo. Nell'ultima riforma del calendario la data della ricorrenza fu spostata al 21 agosto, giorno seguente la ricorrenza della sua morte. Quasi tutte le chiese veneziane lo ricordano con speciali celebrazioni: in maniera particolare San Marco, che gli eresse un busto nel battistero, San Rocco, alla cui confraternita il pontefice appartenne, San Salvador, che eresse una grande statua in suo onore.


Nota iconografica

Data la recente beatificazione e canonizzazione del card. Sarto, sono naturalmente tutte di questo tempo le varie pitture o sculture che lo rappresentano. Ricorderemo la pala d'altare di san Rocco (san Pio X che benedice i confratelli della scuola) del Carena, i busti del Bertazzolo (altare del battistero di San Marco e chiesa di San Zaccaria), la grande statua marmorea del Baggio (san Pio X in trono a San Salvador), la vetrata della cappella del palazzo patriarcale di Bacci, la pala d'altare di Borazzutti a San Trovaso. Immagini o statue del santo (spesso sottoquadri o ritratti nelle sagrestie) esistono ancora a San Silvestro, a Sant'Aponal, ai Frari, a San Pantalon, ai Tolentini, a San Francesco di Paola, a San Martino, a Sant'Elena, a San Pietro (in quest'ultimo caso si tratta di una statua di legno dorato). Né dobbiamo dimenticare le serie dei ritratti dei patriarchi di Venezia che lo includono (sacrestia di San Marco, palazzo patriarcale, seminario) o i ritratti del patriarca Sarto qua e là conservati (es. quello di Gasparini eseguito nel 1906 e custodito nell'istituto casa-famiglia della Giudecca). E finalmente ricordiamo il busto dorato, con la lapide, che sul ponte della Libertà, che unisce la città lagunare alla terraferma, ricorda la temporanea traslazione del suo corpo a Venezia nel 1959.


Nota bibliografica

Fonti fondamentali per la ricostruzione della figura spirituale di san Pio X restano gli Atti per l'introduzione e svolgimento della causa di beatificazione e canonizzazione (cfr. Romana Beatificationis et Canonisationis S. D. Pii Papae X vol. I Positio super introductione causae, Roma 1942; vol. II Positio super virtutibus, Roma 1949; vol. III Nova positio super virtutibus, Romae 1950), oltre ben s'intende i processi ordinari ed apostolici per la causa di beatificazione e canonizzazione svolti a Roma, Venezia, Mantova, Treviso. Su queste fonti è in maggior parte fondato il volume di P. G. Dal Gal, Beato Pio X Papa, Padova 1951 a cura della postulazione della causa. Tra le numerose biografie del santo vanno segnalate A. Marchesan, Papa Pio X 2ª ed., Roma 1910 per l'ampiezza di notizie e la correzione delle bozze fatta dallo stesso pontefice; G. Milanese, Cenni biografici di Pio X, Treviso 1903 (l'autore fu collega del santo come canonico di Treviso); R. Merry Del Val, Pio X: Impressioni e ricordi, Padova, 1949 (l'autore fu cardinale segretario di Stato del Papa).

Manca invece ancora uno studio completo sulla figura del santo che prescinde dalla tematica agiografica e lo inquadri nel clima europeo ed italiano di quegli anni (cfr. però R. Fernessole, Pie X: essai historique, Parigi 1953). Tra gli storici non cattolici che si sono occupati di Pio X va ricordata, pur con ampie riserve, l'opera di L. Salvatorelli, La Chiesa e il mondo: Pio X, Roma 1948.

Devono inoltre essere consultati gli atti ufficiali (cfr. Acta Pii X, 4 voll., Roma 1903-1908 e gli Acta Apostolicae Sedis, 4 voll., Roma 1909-1914), le lettere pastorali di Venezia e Mantova e le numerose lettere private: una parte di queste ultime furono pubblicate in occasione della canonizzazione (cfr. San Pio X, Lettere, a cura di N. Vian, Roma 1954).

In modo particolare per il periodo veneziano qui esaminati si vedano A. Vian, Sulla soglia di Venezia con lettere del patriarca Giuseppe Sarto all'architetto Pietro Saccardo e due altri saggi, Venezia - Roma, 1964; G. URBANI, Il card. Giuseppe Sarto, Venezia 1944; Pio X beato, Venezia 1951. Per la sua attività a favore delle casse operaie vedine cenno in S. Tramontin, Le prime casse operaie cattoliche in diocesi di Venezia (1898-1904) in Bollettino dell'archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia, a. II (1967), pp. 98-124; per le composizioni musicali del Sarto cfr. C. Zaggia, Una raccolta di musiche sacre di Giuseppe Sarto (poi S. Pio X) chierico nel seminario di Padova, in Fonti e ricerche di storia ecclesiastica padovana, vol. II, Padova 1969, pp. 339-345; per la documentazione della venuta delle sacre spoglie del Sarto a Venezia nel 1959 cfr. S. Pio X a Venezia. Celebrazioni e documenti, Venezia 1959.

 

 


Fonte: Silvio Tramontin, «Santi e beati vissuti a Venezia», "Biblioteca Agiografica Veneziana 5", Venezia, Studium Cattolico Veneziano, 1971, pp. 169-186

Pubblicato in Una Voce Venetia

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