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Don Giuseppe Sarto e l'annessione del Veneto al'Italia

 

 

Don Giuseppe Sarto e l'annessione del Veneto al'Italia

1866, è l’ultimo anno di permanenza a Tombolo del cappellano don Giuseppe Sarto, giuntovi nel 1858 “a soli 23 anni di età, sacerdote modesto, gracile, pallido, dimessamente vestito, nato da umile famiglia, diseredata da ogni bene di fortuna”; però di contro Egli viene dipinto nella sua realtà di spirito e di intelligenza, e cioè “d’ingegno pronto, d’intelletto acuto, di soda coltura letteraria e scientifica, di memoria facile e tenace, di senno maturo… affabile di modi, d’animo espansivo, di carattere tranquillo e di temperamento gioviale, viveva volentieri come San Filippo Neri fra il popolo minuto…”.

Questo giudizio sul futuro Pontefice e Santo Pio X espresso dalla Giunta Municipale di Tombolo nella propria relazione da sottoporre a quel Consiglio comunale, convocato per il 6 agosto 1903, per commemorare l’elezione del novello Pontefice (dal numero unico ‘al S.P. Pio X’ del 1 maggio 1903, tipografia Vescovile San Giuseppe di G. Rumor in Vicenza).

Il 24 agosto 1866 il governo austriaco, imperante fino allora in terra veneta la cedeva formalmente al generale francese Leboeuf per offrirla all’Italia. Il 3 ottobre successivo il governo italiano “accettava la cessione del Veneto” e venne decretato il plebiscito, che si svolse il 21 e 22 ottobre, con la formula “Dichiariamo la nostra unione al Regno d’Italia, sotto il Governo monarchico costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori”, plebiscito che ottenne “voti contrari 69, favorevoli invece 647.246” (da ‘Storia parlamentare politica e diplomatica d’Italia’, vol. I, pag. 489,498).

Il plebiscito, naturalmente, si svolse anche nel Comune di Tombolo e, seguendo il citato ‘numero unico’, vediamo quale parte ebbe in esso, quale comportamento assunse il cappellano don Sarto.

“Giova ricordare che il giovane Prete – continua la relazione – mosso da schietti sentimenti patriottici, nel 1866 prestasse a Tombolo, dietro incarico del Municipio, col quale trovavasi in ottimi rapporti, la propria azione entusiastica ed efficace per la buona riuscita del Plebiscito Nazionale, mercé cui il Veneto fu annesso al Regno d’Italia. Di tale fatto si conserva in questo archivio municipale un’urna di legno, sulla quale scorgesi ancora, quantunque in parte smarrita e parzialmente distrutta, la formula in stampatello, da Lui vergata.

“Egli si adoperò inoltre, incaricato espressamente dal Municipio, nell’eseguimento delle prime elezioni dei Consiglieri comunali delle quali vi ha tuttora un elenco degli Elettori, steso di Suo pugno. Ma ciò non basta: Redenta l’Italia, occorreva, come ebbe a dettare Massimo d’Azeglio, fare gli Italiani”.

E qui la relazione enumera quanto il giovane sacerdote abbia fatto a questo nobile scopo.

Erano i primi passi nella vita di italiano che il futuro Pio X compiva, e che preludevano a quella azione che avrebbe poi svolta, in ben altra sede, quale «Politico di Dio», cioè con una “politica di trattare con gli uomini, tutta spirituale nei fini, realistica ed accorta nelle maniere” (Nello Vian, Sulla soglia di Venezia, Tip. l’Immacolata di Firenze, 1964).

Ma il cappellano Sarto, in quel 1866 pensava che anche il proprio fratello Angelo, per effetto del servizio di leva militare, trovavasi alle armi, col grado di capoposto, nell’esercito austriaco; occorreva quindi conoscere il suo pensiero sul fatto del plebiscito e lo conobbe quando, da lui pregato ad esprimere la sua volontà di italiano, incaricò il fratello sacerdote di rimettergli a Gorizia, sede Comando, la minuta della lettera che si trascrive ed ora conservata nel museo di Riese:

 

Gorizia, 21-10-1866

Alla spett. Deputazione comunale di Riese.

“Il devotissimo sottoscritto, letta appena nei pubblici fogli la chiamata al Plebiscito, che ha luogo oggi stesso, nelle Venete Province, anch’egli, quantunque lontano, vuol prendere parte alle feste solenni della casa sua Patria.

Se la parola del galantuomo e la santità del giuramento lo hanno costretto per oltre otto anni a mangiare il duro pane della servitù, che della sventura gli è ancor prolungata, libero se non altro di poter esprimere i propri desideri, solennemente dichiara di voler essere unito al Regno d’Italia, sotto il Governo Monarchico costituzionale del Re V. E. II e dei Suoi Successori e si raccomanda a codesta spett. Rappresentanza, perché prenda atto nei pubblici ruoli di questa sua dichiarazione”.

Sarto Angelo fu G. B. di Riese

 


La chiarezza e la nobiltà dell’azione e dei sentimenti di don Giuseppe Sarto sono senz’altro un lontano preludio di quella azione di rapporti fra Chiesa e Stato Italiano che non ha sempre avuto il rilievo che indubbiamente si merita, come osserva il Dalla Torre (Palestra del clero, giugno 1951), ma che va meditata “nei piani della divina Provvidenza per maturare serenità nuove e nuovi equilibri di giustizia, in un clima di più aperti orizzonti e di più feconde germogliazioni cristiane” (Dal Gal, Il Papa santo Pio X).

Proseguendo nella ammirazione mirabile della più mirabile vita del Figlio di Giambattista e Margherita Sarto, sempre nel piano dei suoi sentimenti di italianità, vediamo che, anche parroco di Salzano nel “giorno natalizio dell’augusto nostro Re Vittorio Emanuele II” cantò un solenne Te Deum, previa comunicazione all’Ordinariato Diocesano, “per implorare dal Cielo le più elette benedizioni sovra il capo dell’augusto nostro Sovrano e di tutta la Reale Famiglia” (dalla lettera 11 marzo 1868 dell’arciprete Sarto al Sindaco di Salzano), celebrando tale funzione ogni anno e preannunciandola all’autorità comunale (E. Bacchion, Pio X arciprete di Salzano, tipografia del Seminario di Padova, 1925).

Non era in Lui un formalismo da compiere, ma un dolce dovere di un più dolce sentimento, che lo faceva gioire con le ore solenni della Patria e piangere sui lutti nazionali; che lo faceva inflessibile quando di questo sentimento non si aveva l’alta concezione, come nell’episodio storico del Te Deum nella cattedrale di Mantova, per il Re Umberto I, che si voleva abbinato ad un rito nella sinagoga cittadina; che lo faceva maestoso nella porpora romana, ma senza servilismo nell’ossequio ai Reali Italiani, ospiti di Venezia; che lo fece sollecito, con paternità soave, nell’accogliere un pio desiderio della Regina Madre Margherita di Savoia, la quale così corrispose al gesto sovrano di Pio X:

 

 Stemma-Regina-Margherita.png

Roma, 23-1-06

“Beatissimo Padre.

In questo momento il rev. Padre Carmes mi porta un Rosario che Vostra Santità ha avuto la grande bontà di mandarmi.

Vorrei poter esprimere a Vostra Santità quanto quel Suo ricordo e quel Suo carissimo pensiero mi rende felice!

Non lo so fare altrimenti che dicendole, Santità, che pregherò col Suo Rosario per la preziosa vita Sua, per quella vita tanto utile alla Chiesa e alla umanità tutta; pregherò per il nostro Padre di tutti, che ama tanto la nostra cara Italia e per il quale, mi permetto dire a Vostra Santità, nutro la più profonda e filiale affezione.

Baciando la Mano a Vostra Santità e raccomandando tutti i miei Cari e me stessa alle Sue preghiere, mi dico di V.S. la rispettosissima ed affezionatissima figlia Margherita”.

 

(V. Chinellato, Pio X, Editrice Giuliani, Vicenza).


Francesco Saccardo, il mite e “buon Checchi” che godeva della particolare amicizia del cardinale Sarto, commemorando a Riese il trigesimo della morte di Pio X (settembre 1914) così esclamava: “Oh, l’Italia! Egli aveva sperato di vederla tornare anche ufficialmente alla chiesa; le schiuse tutte le vie, tutte le porte, le tese le grandi braccia, tutt’ora aperte anche nella tomba!”

Ma ora quelle braccia, non nella tomba, ma nell’urna non sono più tese, in atto di attendere; la realtà risplende nel ritorno della Patria a Dio sì che oggi sul petto del primo Magistrato d’Italia risplende la Croce gemmata dell’Ordine di Cristo.

E quasi sotto il raggio di questa Croce, egli, il Presidente della Repubblica Italiana, ha trionfalmente precorso, in questi giorni, le tappe gloriose del centenario dell’annessione del Veneto e Lombardia alla madre patria; tappe che recano l’orma luminosa dell’ascensione del santo cappellano di Tombolo; la Marca gioiosa, la Città del Santo, la terra del Gonzaga, la regina dell’Adriatico, per fermarsi, nel tempo e per l’avvenire, nella sede eterna di Pietro e di Paolo.

 

 

 


Fonte: Bepi Parolin in Ignis Ardens maggio-giugno 1966


 

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