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Il Sospiro Supremo

 

 

Il Sospiro Supremo

Quando il Beato Pontefice si estinse, sulla Sua grande opera di carità verso Dio e verso gli uomini, scendeva il nembo dell’odio, della guerra, della morte.

L’aveva colpito al cuore, più ancora della visione dei dolori degli uomini, della distruzione delle cose, la desolazione delle anime; quella suprema negazione di Cristo, che è la negazione della fraternità donataci sulla Croce, cui egli, Vicario del Redentore e Maestro Divino, s’era proposto di ricondurci; quello scatenarsi di disumane passioni, come se la buona novella dell’amore e della giustizia non fosse mai stata annunciata; quel rendere inane, sia pure in una folle parentesi fratricida, il sacrificio di un Dio.

Spirava, più ancora del Padre, di fronte alla catastrofe dell’umano focolare, il Sacerdote, il Pastore, il Pontefice, di fronte alla strage del Vangelo.

Il grandioso significato di questa morte sgomentò il cuore del popolo.

Si scorse il Venerato Vegliardo, quale fu pio scolpito in San Pietro, eretto sui confini estremi della vita, verso il cielo, in identico e pur duplice atto di propiziazione e di offerta: di invocazione della misericordia del Signore, nell’abbandono, in compenso, di tutto l’essere Suo. Se al Suo nome non fossero state legate le molteplici opere della cristiana restaurazione in ogni campo, con genio si chiaro e ordinato, con tanto sereno vigore preparate, condotte e compiute; se l Suo Pontificato di undici anni riformatore, innovatore, costruttore, non avesse durato, fatalmente inerte, che i pochi giorni di Celestino IV, di Marcello II, di Leone XI, il mondo l’avrebbe egualmente custodito in gratitudine, per quella Sua fine che voleva tutta una esistenza di paternità, di conforti, di ausili, di apostolato, posto che fu Suo lo strazio di tutti: le ferite di tutti furon Suo e mortali: fu Sua, nella più avanzata trincea dell’ideale e del bene cristiano, contro tutti i rigurgiti della mala eredità del peccato.

Eppure in quell’ora, mentre, angelo custode dei tementi e degli afflitti, degli angosciati d’oggi e delle vittime del domani, si dipartiva, nessuno poteva obliare quel che egli lasciava, seme di frutti benefici, oltre la tempesta, quando l’arcobaleno avrebbe di nuovo sorriso alla terra e sulle zolle insanguinate sarebbe rifiorita una primavera di risurrezioni. “Omnia in Christo”: Cristo nelle coscienze, nella famiglia, nelle classi, nel lavoro, negli ordinamenti sociali e civili: Cristo nella Patria.

Tra noi, avanti tutto, soprattutto, la Sua lungimirante fatica preludeva a quel giorno, in cui un altro Pio avrebbe dato l’annuncio del ritorno di Dio all’Italia e dell’Italia a Dio. Questo divino ed umano ritorno comincia di là. Di là, cioè, dal trono e dal pastorale di Pio X muove il cammino, il primo passo faticoso ed arduo come un combattimento, come un troppo ardito sogno tra una nemica e scettica realtà.

L’Azione Cattolica volta a più vive e dirette sollecitudini per il popolo; la partecipazione dei cattolici alla vita politica del Paese; l’aver tolto al conflitto, che divideva Chiesa e Stato, gli ostacoli di rigide rivendicazioni temporali; l’avere scrollato così pregiudizi sociali e politici, che parevano insormontabili, significò nella storia del Suo pontificato creare il clima, l’atmosfera, gettare il polline della pacificazione, abbandonarsi al sospiro e al desiderio di tutta una Nazione.

Non poté di più, perché, a tanto splendore di luce, doveva purtroppo seguire rapido, ma non meno mirabile, il tramonto, come avviene spesso di quelle limpide e benefiche giornate di sole, in cui il tersissimo cielo s’attarda a contendere il velo della notte in un alone di vividi bagliori. Parve appunto che una fiamma vivida di amore e di carità immensa avvampasse d’improvviso quella grand’Anima apostolica, quando crollava il regno dell’amore e della carità.

Iddio volle che, oltre ogni più alto proposito particolare, l’ultima parole del buon Pastore, l’ultimo anelito fossero per congiungere ai piedi del Crocefisso tutta l’umanità…

Muto, le scarne mani abbandonate sulla bianca coltre, fisso lo sguardo nel profondo cielo di Roma, rivide trepidante, nell’ora estrema, il lungo cammino peregrinato sulla terra; la lontana, povera villa ridente dei padri, la chiesa che Lo accolse al fonte e all’altare, le prime candide anime di lavoratori affidate alle Sue cure, benedicenti alla Sua memoria. E Treviso e Mantova, e lassù, Castiglione risonante ancora dei trionfi centenari di San Luigi; e la Madre sorriderGli nel dì che era stata magnificata in Lui l’umiltà con gli splendori della porpora; e Venezia inobliata, Venezia sognata tante volte a sera, in quei vespri romani, che sembrano lasciare ai vortici delle nubi i riflessi delle lagune; e l’eterna città acclamare un giorno, ora silente nell’attesa angosciosa.

Poi non più il sorriso di care visioni, ma l’irrompente ghigno sinistro dell’apocalittico cavaliere, il segno tremendo della maledizione e del castigo.

Lo sguardo errante, raccolto in una suprema espressione di cordoglio e di preghiera, si posò sulle palme inchiodate, la testa coronata di spine della Vittima del Golgota: e pace implorò il cuore, implorò il labbro nello spirare la vita, così, come al mondo l’annunciava undici anni prima, con il saluto divino dell’Evangelista, l’alato Leone di San Marco, posato sull’ancora a dominar le tempeste.

 

 

 


Fonte: Giuseppe Dalla Torre, Direttore dell’Osservatore Romano

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