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Margherita Sanson, di mestiere sarta

 

 

Margherita Sanson, di mestiere sartaFoto di sarta, verso la fine del 19° secolo.Il mestiere di sarta. 

Secondo studi ormai assodati, solo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 il mestiere di sarta sostituì quello di serva, come causa di emigrazione verso le grandi città, che alloggiava nei sottotetti o addirittura nello scantinato.

Anche in questo caso, doveva trattarsi di donne single, che partivano da regioni lontane per giungere nel milanese e in Piemonte, a Torino soprattutto, ove si erano sviluppate delle grandi sartorie.

Molte oltrepassavano le Alpi o si imbarcavano a Genova per l’America, assieme a uomini e adolescenti.

I primi stabilimenti erano sorti in seguito ad un processo di trasformazione del settore dell’abbigliamento e dell’idea stessa di moda, grazie anche all’uso delle macchine a vapore che contribuivano ad un lavoro a catena.

Erano, inoltre, aumentati i consumi di abiti confezionati, l’alta moda e la produzione di biancheria si erano sviluppate. La domanda di prêt-à-porter era cresciuta e ne era di conseguenza aumentata la produzione.

 

La macchina da cucire, le sartorie cittadine.

In particolare, la creazione e la diffusione, a prezzi ragionevoli, della macchina da cucire aveva permesso di aumentare la produttività e la regolarità del lavoro, di ridurre i costi, di favorire una produzione in serie ed un consumo maggiore di indumenti.

Accanto alle grandi sartorie che occupavano anche 100 addette, sorsero piccoli laboratori ove alcune piccole imprenditrici, dopo aver frequentato corsi di cucito, acquistavano una macchina da cucire a rate ed iniziavano un’attività in proprio.

Talvolta queste donne aprivano un’attività indipendente dopo aver imparato il mestiere in una sartoria di una grande città. “Aiutare le donne che volevano imparare a cucire a macchina divenne nel 1860 una forma di beneficenza, un aspetto di quella carità preventiva che doveva consentire le donne di guadagnarsi da vivere” e vi furono associazioni che operarono per organizzare una scuola per la cucitura a macchina.

 

La nuova mode d’inizio ‘900.

Con l’inizio del 900 si assiste ad un vero boom della moda. Chi rimaneva ancorato a vecchi stili e chi invece propugnava un nuovo vestiario, più vicino a quello maschile e per certi versi più pratico. Il lancio spettacolare della bicicletta da usare nei lunghi chemins dans les bois contribuì alla mascolinità della donna, cosa che vent’anni prima nessuno si sarebbe sognato.

 

Margherita Sanson nell’800.

Il periodo di esistenza di Margherita Sanson che va dal 1813 al 1894, quasi un secolo, ha visto fuori di Riese e Vedelago, varie mode per le classi alte ma per quelle basse, come la sua, una tale povertà che ancor oggi ci si chiede come sarà riuscita a mandare avanti la famiglia con otto figli, di cui sei femminucce, quando suo marito morì di pleurite. In una foto di famiglia la si vede ben vestita, assieme alle figlie e ai nipoti.

Mentre in un’altra foto dentro la locanda “Alle due Spade” si vedono delle donne con dei bambini dentro una cucina ben attrezzata di pentole e arnesi. In un ritratto fotografico, colorato a mano, è particolarmente alla moda del tempo, cioè rigorosamente di nero, avvolta da uno scialle fiorito e con la tipica traversa di raso. Porta anche due orecchini turchini e un crocifisso con un cordoncino, regalatogli dal figlio.

 

La donna custode dell’ordine.

La donna veneta comunque, nel periodo asburgico, dopo il 1830 all’interno della famiglia piccolo borghese, aveva il compito riservato esclusivamente allo spazio privato dove era custode dell’ordine, del buon convivere, della pace e della moralità.

Ancòra di salvezza spirituale, portatrice di valori e di virtù, essa incarnò almeno fino alla metà del secolo l’ideale dell’angelo del focolare, modello che si affermò anche in campo estetico influenzando il gusto corrente: obbligatori la modestia del gesto, la prudenza del comportamento, lo sguardo dolce e timido. L’abito ormai chiuso attorno al collo, aveva maniche lunghe e spalle cadenti, mentre le linee del corpo tondeggianti simboleggiavano fragilità, dolcezza e arrendevolezza.

 

L’evoluzione del vestito.

All’inizio del secolo, la sottana mostrava la caviglia, per poi allungarsi fino ai piedi nel 1840 allargandosi sempre più con la cupola della crinolina; si prolungò con lo strascico dopo il 1870; ritornò infine a una lunghezza moderata e ad una linea a campana. Il punto vita, alto fino al 1822, si abbassò alla sua posizione naturale e scese a punta sul davanti alla fine del secolo.

Influenzato anche dai movimenti culturali, il costume femminile trovò ispirazione in fogge che guardavano al passato e alla storia: all’inizio del secolo il neoclassicismo imperante voleva tutte le donne vestite e pettinate come statue greche. Con l’avvento del romanticismo gli abiti si coprirono di pizzi e balze; ci si ispirò alla storia, al gotico e al Rinascimento, alle eroine del melodramma.

 

La professione di cucitrice.

Nell’atto matrimoniale con Giobatta Sarto, Margherita ha il titolo di “cucitrice”. E’ un mestiere diffuso, però non sappiamo se teneva una specie di ‘laboratorio’ assieme alla madre.

Si sa comunque che la maggioranza delle donne che praticavano il cucito lavorava nel proprio domicilio in abitazioni vecchie e malsane, spesso a cottimo con perdite di salario se la produttività non era quella prevista dal datore di lavoro.

La giornata lavorativa, inoltre, non era continua poiché, lavorando in casa, la cucitrice era sottoposta ad ogni tipo di interruzione (faccende domestiche, cura dei figli, ecc.) e per reggere lo standard di produzione previsto essa era costretta a lavorare di notte, o si faceva aiutare dalle bambine che aveva, tracciando per le stesse un futuro spesso di miseria e minato nel fisico da tisi e tubercolosi.

La generazione di Margherita non ha conosciuto, almeno in questo profondo Veneto, un’organizzazione sindacale, come lo fu invece a Milano nel 1883 con la fondazione del primo sindacato femminile di categoria, quello delle orlatrici, o l’organizzazione di cravattaie e lavoranti di tessuti elastici che nacque nel 1892, e nel 1863 la costituzione, a Torino, di un’Associazione di miglioramento tra sarte, modiste e cucitrici in biancheria, che diede vita ad un esperimento cooperativo.

 

La situazione a Venezia.

Fino all’Unità d’Italia, Venezia registrò una ripresa socioeconomica molto debole, sottolineata da cadute e tragiche interruzioni quali il colera del 1849 e la crisi agraria del 1854, i cui effetti sui prezzi del grano si prolungarono fino al 1859. 

Era descritta durante il periodo della Restaurazione come “città lugubre e malinconica”, in realtà a partire dalla metà del secolo la popolazione stabile prese a recuperare i vuoti giungendo nel 1869 a un totale di 133.037 anime: pur sulla base di dati incerti la crescita sembra essersi dispiegata al ritmo del 9 per mille annuo.

Una ripresa importante si nota negli ultimi due decenni del secolo quando investita da un processo di intenso ricambio della popolazione la città passò dai 129.851 abitanti del 1881 ai 146.682 di fine secolo, tornando quindi a toccare i livelli precedenti la dissoluzione dello stato veneto.

Nel settore manifatturiero fra padroni, maestri, lavoranti e garzoni risultavano 6.827 sarti, cucitrici, cappellai e calzolai, 6.262 muratori, scalpellini fabbri e falegnami, 4.120 addetti alla lavorazione delle perle di vetro, 2.521 conciatori, tessitori, canapini e tabacchini. Inoltre degli abitanti attivi 20.980 erano rappresentate da donne: 5.459 domestiche, 2.256 cucitrici, 2.095 infilzaperle di vetro (le impiraresse), 2.046 sarte, 1.232 tabacchine.

 

La conoscenza dell’economia veneziana attraverso le guide commerciali.

Secondo una ricerca di Paola Lanaro, da cui sono tratte alcune annotazioni, un modo per studiare l’economia veneziana è l’analisi comparata di certe guide commerciali pubblicate nell’Ottocento.

Nel 1846 presso Francesco Andreoli fu pubblicata la prima Guida commerciale di Venezia (Arrigo De Bocchi). La guida tenta di censire fabbricatori, negozianti e lavoranti impegnati nelle varie categorie manifatturiere, individuando la fabbrica o il negozio nel tessuto urbano. I settori individuati riflettono più un impressionistico e personale piuttosto che razionale e statistico.

E’ per questo motivo che alcune attività individuate per l’anno 1846 non si riscontrano negli anni successivi, andando a confluire in settori più ampi e più razionalmente costruiti. L’individuazione dei diversi luoghi di fabbrica e vendita avviene sulla base delle parrocchie, cui segue l’indicazione della calle, della fondamenta, della corte, del ponte….

La molteplicità delle specializzazioni arriva a classificare i “negozianti scutterini di lane, pelli, cere e sete attualmente in Venezia” e la “venditrice di pezzette di levante per darsi il belletto “e ancora la” fabbricatrice di scalferotti”.

Nel 1847 si stampa un nuovo numero della Guida, mentre i rivolgimenti politici del 1848 interrompono la serie che riprende nel 1853 sulla base degli elenchi forniti dalla Camera di Commercio. A questo punto la serie diventa continua e i criteri di classificazione più omogenei, anche se i compilatori si alterneranno imprimendo alle loro guide elementi personali.

Venezia è da tempo meta del turismo internazionale e la promozione artigianale va a pari passo, come vedremo per gli studi fotografici che praticavano sia la ritrattistica che la pubblicazione di album e cartoline ricordo.

 

 

 


Fonte:  A. Miatello in AidaNews

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