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L’unico parroco che divenne papa. Pio X tra storia e aneddotica

 

 

L’unico parroco che divenne papa. Pio X tra storia e aneddoticaCi sono non poche somiglianze tra la figura di Francesco e quella di Pio X, il suo predecessore che un secolo fa, all'alba del Novecento, occupò per undici anni la cattedra di Pietro (1903-1914).

Ad avvicinare i due Pontefici sono le umili origini, la provenienza periferica rispetto a Roma, l'estraneità all'ambiente curiale, l'insofferenza per il trionfalismo ecclesiastico, il tratto diretto e immediato, lo stile di vita sobrio e dimesso, l'interpretazione più pastorale che magisteriale del ruolo petrino. Potremmo aggiungere a queste affinità anche la circostanza eccezionale che per entrambi determinò l'elezione: per Francesco le dimissioni del predecessore, per Pio X il veto dell'impero d'Austria, che sbarrò la strada al favorito della vigilia, il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro. Naturalmente le somiglianze si fermano qui, troppo lontani essendo i tempi di Pio X rispetto a quelli di oggi. Ma valgono se non altro a ricordarci che il papato, che vive da duemila anni senza essere mai stato interrotto da veri momenti di discontinuità, è in realtà un'istituzione più mobile di quanto non sembri a chi la osservi dall'esterno.

Pio X - che la storiografia, a giudizio di chi scrive, ha troppo appiattito sulla vicenda modernista - fu uno di questi momenti di mobilità, cioè di novità, dell'istituzione. Dopo due lunghissimi pontificati - quello drammatico di Pio IX, protrattosi per trentadue anni (1846-1878), e l'altro, ieratico, di Leone XIII, che durò poco meno, venticinque anni (1878-1903) - l'elezione d'un uomo che era stato parroco per quasi un ventennio, veniva dal popolo, conosceva solo le periferie della Chiesa e riusciva a far sentire a suo agio qualsiasi interlocutore, fu una novità che sconvolse le placide abitudini vaticane e affascinò i contemporanei.

Su Giuseppe Sarto, questo il suo nome, fiorì perciò una sterminata aneddotica - a cominciare dal cognome, Sarto, troppo simile a "santo" per non tentare gli apologeti - che è diventata parte della sua immagine storica. Un'aneddotica che è stata poi largamente confermata dalle centinaia di testimoni de visu chiamati a deporre nel corso del processo di canonizzazione, conclusosi, come è noto, con la beatificazione, avvenuta nel 1951, e con la santificazione, a opera di Pio XII, tre anni più tardi.

È a questa tradizione - intessuta di battute, facezie, piccoli episodi, ricordi personali, brani di discorsi e citazioni da lettere private - che ha attinto Nello Vian (1907-2000), autore di uno dei migliori libri sul Pontefice veneto. Un libro apparso nel 1977 a Treviso, presso un piccolo editore, Marton, e ripubblicato ora, in vista delle celebrazioni del centenario della morte: Avemaria per un vecchio prete. Intermezzi aneddotici lungo la vita di san Pio X (Padova, Edizioni Messaggero, pagine 207, euro 16).

Segretario per venticinque anni della Biblioteca Apostolica Vaticana, ma di famiglia veneziana, come rivela chiaramente il cognome, Vian ha potuto attingere sia alle fonti romane, scritte e orali, sia a quelle venete. Pio X infatti nacque a Riese, in diocesi di Treviso, nel 1835 e trascorse tutta la vita nel Veneto, prima come studente nel seminario di Padova, poi come cappellano e parroco in due piccoli paesi, Tombolo e Salzano, poi come cancelliere di curia a Treviso e infine come vescovo, cardinale e patriarca di Venezia. Lasciò la sua regione una sola volta, quando fu designato vescovo di Mantova. Nella città che era stata dei Gonzaga rimase dal 1885 al 1894. Nove anni importanti, in una terra inquieta, dove i fremiti risorgimentali avevano squassato non poco le strutture ecclesiastiche. È qui che Sarto imparò a governare una diocesi, fuori dal Veneto, ma solo di poco, appena al di là del confine.

Fu il Veneto, insomma, e parliamo del Veneto povero e contadino di allora, da dove si emigrava in massa verso le Americhe (anche Francesco è figlio di emigranti), ben diverso dalla regione ricca e produttiva di oggi, l'ambiente che forgiò questo futuro pontefice. Un ambiente dove conservò innumerevoli riferimenti e molte amicizie, testimoniate dallo sterminato epistolario, di cui Nello Vian aveva già offerto una silloge preziosa nella raccolta delle Lettere, apparse in prima edizione nel 1954 (Belardetti editore) e in una seconda edizione più ampia nel 1958 (Gregoriana).

Il libro ora ripubblicato accompagna perciò con penna lieve ma scrupolosa precisione di riferimenti l'ascesa di questa singolare carriera, unica nella storia del papato (nessun Pontefice è stato parroco), soffermandosi su particolari minori, generalmente trascurati dagli storici. Particolari utili però a tratteggiare il ritratto morale, la figura interiore di Sarto, un uomo che seppe sempre adattarsi ai ruoli cui fu chiamato rimanendo sempre uguale a se stesso.

Un «parroco di campagna», come lo definì Pio XII nel discorso pronunciato nel giorno della canonizzazione, che dominò ogni situazione della sua vita anziché esserne dominato. Scrutare la sua anima profonda, a partire da episodi apparentemente secondari, come avviene nella pagine di questo libro, non è meno importante dello studio degli atti di governo per comprendere il senso di un pontificato che ha inciso a lungo sulla Chiesa novecentesca, fino al Vaticano II e anche oltre.

Attraverso la narrazione di Vian, intessuta di citazioni e anche di memorie vive (i genitori di Vian furono uniti in matrimonio dal patriarca Sarto, poco prima della sua elezione a Papa), vediamo così come questo povero giovane di campagna, che poté studiare soltanto grazie a una borsa di studio, primeggiò sempre in uno dei seminari più celebri dell'alta Italia, rivelando fin da giovane singolari capacità di giudizio e una maturità che colpì tutti i suoi insegnanti.

Nei vent'anni in parrocchia, in mezzo a una popolazione miserabile e analfabeta, seppe porsi al livello dei suoi fedeli senza lasciarsi trascinare verso il basso dalla pochezza dell'ambiente che lo circondava. Da cancelliere di curia e di fatto vicario generale, a Treviso, servì tre vescovi godendone sempre la stima e l'incondizionata fiducia. A Mantova, una diocesi nella quale erano falliti i suoi due predecessori, dove il livello del clero era molto basso e il prestigio delle istituzioni ecclesiastiche quasi azzerato, riportò ordine e disciplina, imponendosi per autorevolezza anche alle autorità civili.

Il suo segreto era l'immediatezza del rapporto con ogni interlocutore, qualunque fosse la sua estrazione sociale, umile o elevata, la rara capacità di adattarsi agli altri rimanendo sempre fedele a se stesso e al proprio ruolo. La forza con cui affrontò le situazioni veniva da una vita intemerata, da una rigorosa disciplina interiore, da un senso di appartenenza alla Chiesa che non conobbe mai tentennamenti. Fu prete e vescovo in anni difficili, dopo l'unità d'Italia, quando il conflitto fra lo Stato ela Chiesa raggiunse livelli altissimi.

Ebbene, tutte le testimonianze ci dicono che, pur appartenendo alla scuola dell'intransigenza anti-liberale, seppe moderare le proprie rigidezze fino ad apparire molto più duttile di quanto fosse in realtà.

Il trasferimento a Venezia, in una città decaduta e impoverita rispetto al suo glorioso passato ma che rimaneva fra le sedi più prestigiose della cristianità, ne affinò il tratto senza snaturarne la spontaneità. In riva alla laguna imparò le astuzie della politica e accrebbe il credito di cui godeva anche a Roma, anche se a Roma andava di rado, quasi di malavoglia. Il suo primo viaggio nella capitale (qui efficacemente ricostruito) lo fece nel 1877, quando aveva già quarantadue anni.

Vian accompagna la sua ascesa della scala ecclesiastica privilegiando sempre l'aspetto umano sulla funzione di governo. E a tale ottica rimane fedele anche quando affronta il nodo del papato. Le grandi riforme di Pio X, come la questione del modernismo, rimangono nell'ombra. Anche da Papa, successore di due Pontefici che avevano segnato un'epoca, rimane il prete che era sempre stato, insofferente della "prigionia" vaticana, ma rassegnato a viverla, benché a modo suo, ben consapevole, tuttavia, che la funzione di governo cui era stato chiamato andava esercitata fino in fondo.

Gli undici anni del suo pontificato furono infatti un ciclone riformatore che modificò profondamente la Chiesa, attrezzandola in vista dei problemi che si sarebbero posti dopo la guerra, con l'avvento dei regimi totalitari. Soppresse il diritto di veto (l'istituto cui doveva l'elezione), rivoluzionò la curia, varò il Codex iuris canonici, riformò i seminari e la musica liturgica, modificò profondamente la pietà cristiana incoraggiando la comunione frequente e abbassando a sei-sette anni l'età minima per accostarsi all'eucarestia, lasciò andare al suo destino il concordato con la Francia, pago di recuperare il pieno controllo dell'episcopato transalpino. Con Pio X si estinse definitivamente la tradizione gallicana e iniziò quella felice stagione dell'intellettualità cattolica francese che si protrasse fino al Vaticano Il.

A queste riforme di struttura, che seppellirono definitivamente la Chiesa d'ancien regime, si aggiunse una sterzata disciplinare non meno energica, che cominciò proprio dai vertici: mandò visite apostoliche (cioè ispezioni) a tutte le diocesi e ai seminari d'Italia, destituì numerosi vescovi, ripulì Roma dai preti sfaccendati che vi si erano imboscati, rispedendoli alle diocesi d'origine, fece del cardinalato un titolo di merito e non una promozione automatica per ruoli curiali o sedi ricoperte (durante il suo pontificato divenne cardinale il vescovo di Padova e non lo divenne mai l'arcivescovo di Firenze), ridimensionò e scavalcò la Curia romana, di cui diffidava, governando la Chiesa attraverso la sua segreteria personale.

Sotto la bonomia veneta e le frequenti battute in dialetto si nascondevano insomma un carattere di ferro e una volontà indomita, che seppero sempre tenere a bada opposizioni e resistenze, molte più forti di quanto non appaia dalla sovrabbondante letteratura agiografica fiorita dopo la sua morte. La vicenda modernista - sulla quale, come dicevo all'inizio, si è prevalentemente soffermata la storiografia recente - pose per la prima volta con forza il problema del rapporto culturale fra la Chiesa e la modernità, che sarà poi al centro di tutti i pontificati novecenteschi. Il Papa lo risolse a suo modo: con un pesante, probabilmente eccessivo, irrigidimento disciplinare. E, infatti, la questione, sopita allora, si è riproposta con forza dopo il Vaticano II.

Ma la discussa, e certamente discutibile, repressione del modernismo non può diventare l'unico metro di giudizio di un pontificato e di un uomo che impose alla Chiesa una brusca e salutare sterzata, rendendosi credibile con l'austerità della vita, la disarmante trasparenza, il totale disinteresse, opportunamente riproposti da questo libro, che ha il merito di ricordare a biografi e studiosi come la dimensione umana di Giuseppe Sarto sia un'imprescindibile chiave interpretativa anche del sommo Pontefice che volle chiamarsi Pio X.

 

 


Fonte: Gianpaolo Romanato dallOsservatore Romano del 21/8/2013

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