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La calligrafia di Pio X

 

 

Catechismo Pio X: pagina autografaPagina autografa del catechismo di Pio X (Fonte: Wikipedia)Nell’ormai lontano agosto del 1903, alla elezione di Papa Sarto, gli occhi di tutto il mondo erano posati sul nuovo capo della cristianità, balzato fuori, quasi d’improvviso, dalla rosa dei nomi degli eminenti predestinati al sommo pontificato, rosa discussa, composta, presentata dagli intenti umani; a fatto compiuto la vita, gli aneddoti, il pensiero, l’azione, il programma vennero scrutati minuziosamente, per indagare, stabilire, affermare, esaltare ed anche denigrare questo «povero Cardinale di campagna» proclamato sovrano Pontefice.

Perfino la sua calligrafia venne sottoposta ad un attento esame del «grafologo», che in ‘Tribuna Illustrata’ di quell’agosto 1903 dette il responso dello studio eseguito su due biglietti del Patriarca Giuseppe Sarto, diretti l’uno il 27 febbraio 1902 a Giovanni Conte Collino e l’altro a Pietro Fornari il 9 luglio 1903.

Con la minuziosità di un miniaturista, seguì l’esame generale e particolareggiato della scrittura; venne presa in attento studio la posizione di ogni singola lettera di ogni parola, con riguardo alla pendenza, alla simultanea andatura ‘destroriga o sinistroriga’, alla rotondità, alla rigidezza delle vocali e delle consonanti, alla presenza o meno del ‘gancetto’ e via dicendo.

Ne sono emersi giudizi e previsioni disparati: “gesto buono ed affabile dello scritto …”, “buon grado di immaginazione …”, “non appartenenza a quelle (scritture) che grafologicamente vengono classificate fra le scritture patrizie …”, “la forma della lettera «g» perché tondeggiante e lunga denuncia spirito di dedizione e di sacrificio, unito all’ardore del temperamento …”, “l’andatura di certe vocali rivela il cuore, e cuore più che intelletto” ed infine “un altro segno manca nei due scritti citati, cioè quello della finezza diplomatica, che è data da certe legature di filetti e di svolazzi, finezza che non si trova quasi mai nelle scritture di origine popolare; infatti tutti dicono che, quantunque semplice e buono e più che tutto bonario, a Pio X manchino quelle forme di squisitezza, diremo così, cortigiana, le quali si distinguono nei nunzi e nei ministri di stato”.

E il grafologo così conclude: “… l’esame grafologico ci rivela l’uomo in gran parte conosciuto, l’uomo di cuore per eccellenza, l’uomo riflessivo e fermo, l’uomo che ama e che lavora e l’intelletto non vibrante; Egli sarà un Papa di buona volontà, di grande attività, ma assai debole per resistere alle pressioni altrui”.

Sottoscriviamo a talune risposte positive dell’esame, facile del resto, perché - lo dice il grafologo – il soggetto è “uomo in gran parte conosciuto”; altre le accettiamo con le dovute riserve, perché senza mancare di rispetto alla grafologia, che è uno studio e non una scienza esatta, ci vogliono ben altri elementi, che non una decina di righe scritte, per scolpire un carattere, per intuire una tendenza, per fissare un temperamento, per analizzare una disposizione di spirito, della intelligenza, le quali tutte bene spesso sfuggono anche al controllo più delicato ed attento!

Infine, respingiamo nettamente altre risposte e ci soffermiamo ad esaminare, come possiamo, se Pio X mancò di intelletto vibrante e se Egli fu assai debole per resistere alle pressioni altrui.

Pio X era dotato di intelletto, conferma il grafologo, ma a suo giudizio mancava di vibrazioni, cioè di quella intima particolare forza che spinge l’intelletto ad agire, toccando con oscillazioni i punti estremi del problema, che lo stesso intelletto ha percorso. Di fronte ad un qualsiasi problema che toccasse il cuore, la potestà, che chiedesse la decisione di Pio X, Egli vi donava subito il dovuto contributo intellettivo, offrendolo subito per una soluzione, ma con quella ponderatezza e prudenza che tale soluzione chiedeva in rapporto alle ripercussioni sue, nel tempo, nella storia, nel costume di vita universale.

Filippo Crispolti lasciò scritto:

“Mentre ne parlavate, Pio X fissandovi, e dirò così, tenendovi fermo con quei suoi occhi penetranti, vi scrutava a fondo, quasi per precauzione; rispondendovi poi con cauta accortezza, mostrava subito una percezione rapida, una grande intuizione, uno spirito pratico e positivo …”.

E non sono queste vere e reali e luminose e feconde vibrazioni dell’intelletto? Se poi ad esse corrispondeva tardanza di decisione, ciò devesi ascrivere a quella virtù che Egli ebbe in grado eroico: la prudenza. Forse, questo apparente ritardo sarà parso assenza di vibrazione! Papa Pio X stesso giustifica quasi, questo lasso di tempo fra la acquisizione di un problema e la sua attuazione, affermando:

“Rifletterò”, e guardava il Crocefisso, “sarà Lui che deciderà!”.

Non pertanto il Bazin (Pio X, edit. Flammarion) affermerà che “Pio X conversava abitualmente con Cristo, con gli Angeli e con i Santi” e a questi intimi colloqui, in cui vibravano di amore e di dolore, di invocazione e di certezze, l’anima ed il cuore del Pontefice, ne era spiritualmente, intimamente partecipe anche l’intelletto, che dell’anima e del cuore è la prima e la più risplendente facoltà.

Continua il grafologo: “… Egli sarà un papa assai debole per resistere alle pressioni altrui”.

Questa affermazione trovò la sua prima svalutazione, meglio destituzione solenne, in uno dei primi (se non è il primo) atti del nuovo Papa. Incurante della pressione recata in conclave da un Eminentissimo Porporato, in nome di una maestà regia ed imperiale ammantatasi sotto l’usbergo di Apostolica, in virtù di un antico privilegio, che voleva l’inframettenza dell’autorità secolare nelle supreme decisioni per la nomina del Pontefice, incurante di tutto ciò, Pio X statuì l’abolizione di tale privilegio, e la condanna a quanti, in qualsiasi maniera se ne fossero resi apportatori o tentato di essere restauratori di un diritto, proclamato morto a tutti gli effetti.

Il pontificato di Pio X ha toccato ogni fibra della vita cristiana, dimostrandosi

“il Genio che ha fatto convergere tutti gli sforzi del suo amore e della sua intelligenza a restaurare con meravigliosa efficacia, quel capolavoro di architettura religiosa, morale e sociale che si chiama Chiesa Cattolica” (P. Bourget);

Discende quindi pressoché naturale che non sempre non in tutto la volontà di Pio X abbia trovati assenzienti uomini ed istituzioni, specie se toccati, feriti, capovolti e distrutti costumi, privilegi, intendimenti, posizioni abbarbicatisi nei secoli come edera al tronco.

Naturalmente scaturirono ‘pressioni’ sotto forma di opposizioni, di rimostranze, di ricorsi, di disobbedienze; furono pressioni larvate o palesi, anonime o qualificate, fatte in nome di un mal concepito bene per la Chiesa, di un mal concepito senso di libertà o di opportunità, ed il Papa si vide stretto ai fianchi da forze contrarie al proprio pensiero, al proprio divisamento, che non era parto di volontà propria, ma della volontà di Dio! Scrive P.G. Dal Gal:

“Vescovi e Parroci rigoristi, come invasi da uno strano timore, si affrettarono a sollevare difficoltà, a presentare obiezioni [contro il decreto «Quam Singulari» dell’8 agosto 1910, che] “capovolgendo consuetudini e tradizioni, che parevano inviolabili. Fissava a circa sette anni l’età in cui i fanciulli potevano e dovevano essere ammessi alla Comunione”. Pio X non badò, non curò tali ‘pressioni’ pur mosse dal Clero e troncò ogni discussione esclamando

“Quel decreto me lo ha ispirato Iddio” (Deposizione di mons. Pescini, nel processo apostolico).

Ed ancora: altro provvedimento di Pio X, nei primordi del suo pontificato, fu la riforma della musica e del canto sacro. L’accoglienza a tale decreto fu, specie da parte del Clero e della apposita Commissione pontificia creata per l’applicazione di esso, se non di ostilità, certo di opposizione, manifestatasi in tante forme di pressione presso la Santità di Pio X, perché lasciasse immutato un inveterato sistema tutt’altro che liturgico. Niente da fare!

“Eminenza”, scriveva l’8 dicembre 1903 al Card. Vicario Respighi, “non adoperi indulgenza, non conceda dilazioni (nell’applicazione delle norme del Motu proprio sulla musica sacra); con il differire le difficoltà non diminuiscono, anzi aumentano; il taglio ha da farsi e lo si faccia immediatamente e risolutamente!”.

E la Commissione Pontificia? Sembrava creata apposta per premere in tutte le forme e se fosse stato possibile per riformare la stessa volontà riformatrice del nuovo Pontefice; ma questi non si lasciò influenzare ed un giorno confidò a Camillo Bellaigue:

“… la Commissione per l’edizione gregoriana mi fa diventar matto … Se continuano e fanno disperare il mio povero Perosi e me, li licenzio tutti e la edizione richiesta me la faccio io, da solo …” (N. Vian, Un memoralista in spada e cappa, estratto dal n 10 di Studium, anno 1964).

Dopo la citazione di questi pochissimi episodi, e cento altri ce ne sarebbero, è ancora il caso di pensare e di giudicare un Pio X “assai debole per resistere alle pressioni altrui”? Per resistere a certe pressioni fatte su di Lui nella questione delle leggi culturali francesi, della condanna solenne del modernismo, per indurlo alla accettazione delle prime e mitigare il colpo mortale inferto al secondo?

Un’unica volta – e sia benedetta! – il Figlio di Riese non ebbe la forza di “resistere alle pressioni altrui”: ma coloro o più esattamente Colui che premeva era la voce di Dio, che per mezzo dei Padri Elettori lo voleva suo “dolce Cristo in terra”; e cedette e noi abbiamo in virtù di questa ‘pressione’ accettata in crucem, un Papa immortale nella storia del mondo, un Santo glorioso a nostra edificazione, a nostra protezione.

 

 

 


Fonte: Bepi Parolin in Ignis Ardens novembre-dicembre 1966

 

 

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