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La prima enciclica

 

 

E supremi apostulatusDal 4 agosto 1903 passavano i giorni in una viva attesa di conoscere il pensiero programmatico del nuovo Pontefice; la stampa soprattutto indagava, inutilmente, e se le fosse stato possibile, avrebbe anche sollecitato la promulgazione della prima Enciclica. I pareri, i giudizi, i pronostici più disparati si incrociavano con qualche insinuazione malevola su Pio X e con qualche confronto odioso sull’opera luminosa del defunto Leone XIII e quella, che si voleva indovinare, sarebbe annunciata dal nuovo Eletto.

Pio X, con la nomina «di stupore» del Card. Merry del Val a Segretario di Stato e con la solenne condanna del «veto» in seno ai Conclavi futuri, dichiarando privo e decaduto da ogni valore e comminando pene severe contro chi attentasse ancora, con tale «veto» ledere la libertà del Conclave e contro chiunque, in qualsivoglia forma, modo e tempo, osasse farsene latore, Pio X dimostrò al mondo quali fossero il proprio carattere e la propria volontà: studiare approfondire, pregare e poi decidere con serena fortezza ed applicare con fermezza incrollabile.

Gli atti, quindi del Suo magistero pontificio avrebbero avuto – ed ebbero – questa caratteristica, che nulla toglieva alla mitezza del Suo cuore, alla benevolenza del Suo sentimento, alla soavità del Suo tratto.

Se, con la volontà perversa dello scherno, Pio X era stato qualificato «il parroco fatto Papa» si era colpito nel segno, poiché Sacerdote Egli era, ed in eterno e come parroco aveva amato, perdonato, compatito, ma aveva ancora sferzato, condannato, stroncato ed imposto; ora eletto Pontefice, Parroco della più grande umanità, quei metodi e quell’azione si allargavano sempre più, si estendevano all’infinito, intatti nella sostanza, anche se partivano non più dal pulpito parrocchiale di Salzano, ma dalla cattedra suprema di Roma.

Venne la tanto attesa Enciclica «E supremi apostolatus cathedra» del 4 ottobre 1903, festa di S. Francesco di Assisi (più tardi patrono d’Italia) e mese sacro al Rosario di Maria. Il prezioso documento fu accolto con universale giubilo dalle anime fedeli; con malcelata noncuranza dagli spiriti gretti; con viva malizia dai cuori corrotti e con incomprensione ed ottusità dalle intelligenze corte «di una spanna».

Nel solenne atto di Pio X, il quale affermava la volontà decisa di «instaurare omnia in Christo» si volle vedere una concezione statica della Chiesa, un nostalgico attaccamento al passato, un ritorno a tale passato senza imporgli un senso ed una azione di rinnovamento ed uno slancio di vita nuova parallela al dinamismo della vita attuale.

Ma non sapevano o non volevano riconoscere coloro che così giudicavano che “la Chiesa Corpo Mistico di Cristo, è come gli uomini che compongono, un organismo vivente, sostanzialmente sempre uguale a sé stessa; che Pietro riconoscerebbe, nella Chiesa Cattolica Romana del XX secolo, quella prima società di credenti, che egli arringava il dì della Pentecoste. Ma il corpo vivo, cresce, si sviluppa, tende alla maturità. Il Corpo mistico di Cristo, come i membri fisici che lo compongono, non vive né si muove nell’astratto, fuori delle condizioni incessantemente mutevoli di tempo e di luogo, non è e non può essere segregato dal mondo che lo circonda; è sempre del suo suolo, avanza con lui di giorno in giorno, di ora in ora, adattando continuamente le sue maniere e il suo comportamento a quello della società, in mezzo alla quale deve operare” (1).

Ecco che la prima Enciclica di Pio X è concomitante ai bisogni attuali della Chiesa e proietta i propri provvedimenti oltre il contingente, oltre l’attuale, muovendosi pari passo con l’evolversi della vita, delle necessità, delle aspirazioni, dei progressi dei popoli.

Premesso il dolore, le lagrime, le fisiche sofferenze e le implorazioni che accompagnarono la accettazione del Pontificato, Pio X rivolge un palpito di amore, di venerazione, di ammirazione per la memoria di Leone XIII, il quale per ventisei anni rese la Chiesa “con somma sapienza, con tanta sublimità di mente, tanto lustro di ogni virtù da trarre in ammirazione di sé pur gli avversari” e prosegue: ”e Noi pigliamo coraggio da Colui che ci conforta e, ponendoci all’opera, poggiati nella virtù di Dio, proclamiamo non avere, nel Supremo Pontificato, altro programma, se non questo appunto di «instaurare omnia in Christo», così che sia «omnia et omnibus Christus»” (Coloss. III – 11) (2).

Di tale rinnovamento la società umana sentiva forte il bisogno, perché “le personalità decise possono galvanizzare, creandole, situazioni difficili e grandi e prolungarle nel tempo; ma quando viene a mancare quella forza creatrice, subentra quasi il collasso e il bisogno di vita nuova” (3).

Questa necessità si manifestò impellente morto Leone ed assunto Pio X. Nella Sua Enciclica Egli passa ad analizzare la situazione della assunta eredità; la malattia letale che minaccia l’umanità è l’apostasia da Dio, contro il quale “si muove e si mantiene, può dirsi in ogni luogo, una guerra sacrilega” (2). Difatti è tanta l’audacia e l’ira con cui si perseguita dappertutto la religione, si combattono i dogmi di fede e si adopera sfrontatamente ad estirpare annientare ogni rapporto dell’uomo con la Divinità… che l’uomo stesso si è posto con infinita temerarietà in luogo di Dio “facendo dell’universo quasi un tempio a sé medesimo per esservi adorato” (2).

Contro tanto male Po X intende “con preghiere, con fatti e parole, a piena luce del sole” (2) affermare e ristabilire il supremo dominio di Dio sugli uomini; a ciò si arriverà non tanto con la adesione ai partiti d’ordine, quanto al partito di Dio, facendovi convergere in ampia adesione di cuore, di anima e di azione “quanti più possiamo, se veramente ci spinge amore di pace” (4).

L’opera della restaurazione voluta da Pio X esige il ritorno a Cristo-Dio e la via da percorrere per raggiungere questo supremo traguardo è la Chiesa: tornare alla Chiesa, perché solo essa “è il frutto del Sangue divino, depositaria della Sua Dottrina e della Sua legge” (4); nella Chiesa l’anima troverà i consigli del Vangelo, le verità eterne ed immutabili, la santità del matrimonio e dell’educazione dei figli, il pacifico possesso e buon uso dei beni terreni, i doveri verso i superiori e reggitori delle sorti terrene dei popoli e l’equilibrio fra le diverse classi sociali.

Su queste basi sono chiamati a lavorare il Pontefice, capo del Corpo mistico, i Vescovi con santità, scienza, esperienza e zelo della divina Grazia, il Clero, in quanto è chiamato a formare Cristo nelle anime, ma che per adempiere a ciò deve anzitutto rivestire sé stesso di Cristo. L’opera di restaurazione chiede amore e vigilanza nei seminari, oculata selezione dei virgulti da consacrare all’altare, imponendo loro le mani, senza precipitazione, come insegna S. Paolo a Timoteo; necessita avere un vigile affetto per i sacerdoti novelli “che acconsente sovente al vostro petto pastorale, che deve ardere di fuoco celeste” (5).

Infine l’Enciclica loda i giovani sacerdoti, che diligentemente si danno agli studi di utili dottrine, in ogni genere di scienze, per poter meglio difendere la verità; ma maggiormente loda ed apertissimamente preferisce coloro, che pur coltivando la erudizione ecclesiastica e letteraria, si consacrano più dappresso al bene delle anime, all’esercizio del ministero sacerdotale, perché è ben triste per il Padre comune “il pianto di Geremia: «I pargoli domandarono pane e non vi era chi loro lo spezzasse»” (5).

Forza eccellente ed insostituibile per il ritorno delle anime a Cristo – prosegue l’Enciclica - sono lo studio, la conoscenza, l’insegnamento religioso, il catechismo, la cui ignoranza genera la inimicizia e la guerra contro la Divinità, la Chiesa, il Vangelo; ricordino perciò le anime consacrate a Dio, l’ordine di Cristo agli Apostoli «Andate, ammaestrate tutte le genti» (Matt. XXIII – 19). A quanto sopra sia compagna indivisibile, per avere il «senso di Cristo» la carità abolendo lo zelo amaro, che torna più a danno che ad utilità spirituale; carità che è amore paziente e benigno, “che non si stanca mai dall’attendere, memore che Dio prepara i suoi premi non già dall’esito delle fatiche, ma alla buona volontà” (5).

Altra forza encomiabile, afferma l’Enciclica, per raggiungere l’invocata restaurazione sta nel sano principio di legare i cattolici fra di loro, in società “con religiosi intendimenti, con il vivere cristiano” poco o nulla contando che in essi sodalizi “si discutano sottilmente assai questioni, che si discorra con fantasia di diritti e di doveri, se tutto ciò, poi, sia disgiunto dalla pratica”. I tempi che corrono richiedono azione, cioè osservanza fedele e totale della legge divina e delle prescrizioni della Chiesa, nonché professione franca ed aperta della religione ed esercizio di ogni opera di carità, senza limitazioni egoistiche.

Da ciò avrà vantaggio la stessa esistenza terrena, poiché “i nobili ed i ricchi sapranno essere giusti e caritatevoli a riguardo degli umili e questi porteranno con tranquillità e pazienza le strettezze di uno stato angoscioso; i cittadini obbediranno non già al libito, ma alle leggi e si guarderà, qual dovere, la riverenza e l’amore verso i governanti, la cui potestà non viene se non da Dio” (Rom. XIII) (5).

E perché si manifestino e si realizzino i precetti della Lettera Enciclica, Pio X la sigilla oltre che con l’Apostolica Benedizione, con l’invito pressante e paterno di invocare i meriti di N.S. Gesù Cristo e la potentissima intercessione della Madre divina, con la pubblica recita, nelle Chiese, del S. Rosario, nel mese di ottobre.

Il mondo fu pago del solenne documento; l’attesa fu largamente compensata; la via da seguire fu additata con eccezionale ispirata parola. Occorreva la buona volontà d’applicazione e di attuazione, seguendo l’esempio dello stesso Pio X: “Pigliamo coraggio da Colui che ci conforta, ponendoci all’opera”.

 

 

 


Note:

  1. Pio XI – discorso ai Seminaristi di Anagni 29-4-1949.
  2. Enciclica dall’Acta Pii X.
  3. F. De Carli: ‘Pio X e il suo tempo’, cap. VIII.
  4. Acta Pii X.
  5. Acta Pii X.
  6. Acta Pii X.

 

The English text of the E Supremi encyclical

Le texte français de l'encyclique E Supremi 

 


Fonte: "b.p." da Ignis Adens novembre-dicembre 165

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